mercoledì 9 maggio 2018

Religione e sofferenza

Farsi del male per uno scopo più alto
Religione e sofferenza

In molte religioni è presente il principio della mortificazione del corpo ai fini dell’elevazione dello spirito: ridurre all’indispensabile le pulsioni della carne tramite l’astinenza sessuale e il digiuno per concentrarsi sulla meditazione trascendente e la preghiera. Tali pratiche aiuterebbero il credente a entrare in contatto con l’entità divina (o quanto meno a percepirla) giungendo a sperimentare in alcuni casi la cosiddetta ‘estasi mistica’. 
La parola ‘estasi’ nell’accezione comune è però più affine al piacere fisico che non alla serenità spirituale, tanto è vero che una delle più celebri opere d’arte dedicate a questa sensazione estrema, ovvero la statua della Transverberazione di Santa Teresa d’Avila scolpita dal Bernini e conservata nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, ci mostra una donna che – detto con rispetto e senza voler in nessun modo offendere né la santa né i cattolici in generale – sembra aver raggiunto l’orgasmo.

La deliberata mortificazione del corpo in taluni casi non si limita all’astinenza e al digiuno ma si spinge sino all’autolesionismo fisico tramite la flagellazione. 
Le prime testimonianze storiche che narrano dell’abitudine di alcuni credenti cristiani di autoflagellarsi risalgono al Medioevo. Tra il XIII e il XV secolo vi furono monaci appartenenti a vari ordini religiosi che, nella solitudine della loro cella, avevano l’abitudine di colpire il proprio corpo con il flagello, sia come forma di penitenza che per invocare la grazia divina. Certe cronache parlano però di “flagellanti” che non appartenevano a nessun ordine monastico e che esercitavano questa attività in pubblico, soprattutto in caso di calamità naturali quali carestie e pestilenze. Sembra che questi gruppi fossero ispirati dall’eremita Raniero Fasani da Perugia, che avrebbe fondato la Compagnia dei Disciplinati di Cristo: uomini che in processione attraversavano città e paesi per invitare la gente a convertirsi e, per dare l’esempio, si autoflagellavano procurandosi ferite e piaghe sulla schiena. 

Questo tipo di penitenza esasperata venne ufficialmente proibita dalla Chiesa stessa, sebbene gruppi di flagellanti siano documentati anche nei secoli successivi in Italia e in altre nazioni dell'Europa occidentale. La tradizione continua a esistere anche ai giorni nostri tramite pratiche meno cruente ma simboliche della flagellazione. 
Un esempio è la processione dei Battenti a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, che si svolge ogni sette anni ed è celebre poiché vi sono dei credenti che sfilano nelle vie del paese colpendosi il petto con una spugna rivestita di aculei. Il gesto procura un danno fisico minimo, ma è chiaramente ispirato all’autoflagellazione. Processioni di battenti (o “vattienti” nel dialetto locale) si tengono anche in altre città dell’Italia meridionale.

Nelle Filippine, nel corso della Settimana Santa, la messa in scena della Passione di Cristo viene accompagnata anche da momenti di patimento fisico che alcuni credenti si auto-infliggono per condividere il dolore patito da Gesù durante la crocifissione. In particolare, detti penitenti estremi si fanno incidere la schiena con dei piccolissimi tagli per poi colpirli più volte con un feltro legato a una cordicella tramite un movimento che ricorda in modo speculare l’autoflagellazione e che causa effettivamente (sia pure in modo meno traumatico) una lastra di sangue sulla schiena. 
In questo video tratto da youtube dal minuto 0:30 in poi si può vedere chiaramente come viene eseguita tale pratica (la visione è altamente sconsigliata se la vista del sangue vi provoca fastidio). 


Una pratica simile esiste anche nell’Islam di fede Sciita quando viene celebrata la festa dell'Ashura. Nella tradizione musulmana sciita la Ashura è il giorno in cui si rammenta il martirio di Husain Ibn Ali e dei suoi seguaci da parte del califfo Yazid I. Ha connotati molto simili al Venerdì Santo cristiano: vige un austero clima di lutto col conseguente divieto di ascoltare musica, di ballare, ridere o far festa. Una grande processione dei fedeli, simile a un funerale, commemora l'uccisione di Husain Ibn Ali. Alcuni fedeli per esprimere maggiormente il proprio dolore si colpiscono sulla schiena con lo “zanjeer”, praticamente un flagello fatto con piccole catene, oppure con la “talwar”, la tipica spada ricurva mediorientale, sino a procurarsi piccole ferite. Tali atti di devozione (peraltro non approvati dai leader religiosi sciiti che in diverse occasioni si sono ufficialmente pronunciati contro) vengono eseguiti in strada durante la festività religiosa, davanti agli altri fedeli.
Anche in questo caso sono presenti dei video su youtube che li mostrano in dettaglio, però ritengo inopportuno aggiungerli all’articolo visto che il mio scopo non è suscitare un voyeurismo del sangue versato ma piuttosto capire il senso di tali atti.
Riesco a comprendere il concetto di penitenza, ma rammento anche che Gesù invitava i suoi discepoli a considerarla una pratica privata da non mostrare in pubblico. Nel Vangelo di Matteo (6:16-18) dice ad esempio: “Quando digiunate, non siate tristi d’aspetto […] acconciate bene i capelli e lavatevi il viso affinché gli altri non capiscano che state digiunando”. 

La processione dei Battenti di Guardia Sanframondi
Da dove nasce dunque questo desiderio di una pubblica ostentazione dell’autoflagellazione nonostante la proibizione sia dalla Chiesa Cattolica che dall’Islam Sciita?
Io ho la presunzione di immaginare che, almeno per alcuni degli autoflagellanti odierni, vi sia una sorta di compiacimento esibizionistico nel senso più freudiano del termine. Certamente la maggior parte di essi compiono questo rito così sanguinolento con sincero desiderio di sottoporsi a una penitenza religiosa. Certamente anche la minoranza da me ipotizzata come “esibizionista dell’autoflagellazione” lo è a livello inconscio, tramite una somatizzazione dell’emozione estrema causata dal dolore della carne. Che però può evidentemente nascondere un piacere. O piuttosto – ed è qui che posso allacciarmi al primo argomento proposto nell’articolo – un’estasi “mistica” terribilmente fisica. Che non può, per ragioni evidenti, manifestare la propria fisicità nel godimento e perciò finisce con l’emergere nel suo estremo opposto che è invece accettabile sul piano religioso: la penitenza e la mortificazione del corpo.

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Ammetto di aver esitato parecchio sulla scelta delle immagini a corredo di questo articolo. Da una parte la vena "ossidianica" che c'è in me mi suggeriva di andare a pescare in rete proprio quelle immagini dell'Ashura citata da Ariano, ma poi, in uno dei miei rari momenti di lucidità, ho finito per assecondare il desiderio del redattore di non scivolare troppo nel voyeurismo.
Non è stato comunque facile trovare qualcosa di decoroso: senza arrivare agli estremismi dell'Ashura, le cui immagini sembrano più fotogrammi rubati da un film di George Romero, ho tentato senza successo di sondare strade alternative, magari anche più nostrane. Nelle mie peregrinazioni sul web ho però finito per imbattermi nelle immagini più bizzarre e, tra le tante, ricordo quelle relative al rito dei battenti di Verbicaro, in provincia di Cosenza. Vi stupireste se vi dicessi che ho rischiato quasi di vomitare? Alla fine, come vedete, ho rinunciato. L'immagine della cerimonia di Guardia Sanframondi, la stessa cerimonia citata da Ariano Geta nel suo articolo, è praticamente l'unica accettabile per poter continuare a dormire la notte. Tra l'altro questi mi sembrano anche gli unici che praticano con il volto nascosto da un cappuccio... Forse che il giorno dopo, ho pensato, devono andare al lavoro? Magari in banca dietro uno sportello? Direi che è comprensibilissimo.
Non scenderò più di tanto nel merito della questione religiosa: ognuno è libero di fare ciò che vuole del proprio corpo fintanto che la cosa non mi tocca. Resto comunque perplesso di fronte al'estremizzazione della passione religiosa, quasi come se prendere alla lettera certi passi dei testi sacri fosse un valore aggiunto.
D'altra parte non stiamo certo parlando di cose nuove: religione e sofferenza vanno a braccetto dal giorno in cui Adamo ed Eva sono stati cacciati di casa. Di che mai ci stupiamo?
Ed è proprio su questo tema che ci ritroveremo nel prossimo articolo, grazie ad una graziosa fanciulla che ci accompagnerà indietro di cinquecento anni e lontano migliaia di chilometri.
Per concludere, direi che forse c'è un fine ultimo in tutto questo: questo connubio fede-dolore potrei definirlo, semplificando molto, come il tentativo di raggiungere un'estasi non comprensibile alle persone comuni. Un'estasi, mi scuserete il paragone, per certi versi non dissimile da quella di chi si infligge sofferenza per scopi diversi. E di uno di questi diversi scopi, forse il più estremo, ci parlerà subito dopo un'altra graziosa fanciulla. Cominciate a prepararvi, perché stiamo per alzare di molto l'asticella del dolore.

33 commenti:

  1. Credo di poter sottoscrivere in pieno l’idea di Ariano riguardo la questione ‘dell’esibizionismo’, anche se - come si diceva per Masoch - non è possibile probabilmente stabilire un confine preciso fra ciò che si fa per se stessi e ciò che si fa perché veramente si crede in qualcosa.
    Di certo è interessante notare come l’uomo utilizzi la sofferenza in diversi modi, una sorta di senso di colpa misto forse ad una volontà di ‘sentire’ effettivamente un contatto con l’altro, che sia una entità divina o un’altra persona!
    Grazie Ariano per l’articolo!!

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    1. Hai sintetizzato perfettamente. Grazie a te per averlo letto :-)

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  2. Concordo con la parola esibizionismo. Per me non è un atto di fede in nessuna religione. Aiutare gli altri ma non questo. De gustibus però....
    Io vigliaccamente non ho visto i video. Odio il dolore fisico

    Bello questo post e quelli precedenti!

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    1. Aiutare gli altri infatti sarebbe meglio. Per dire: in alcuni paesi islamici sciiti il giorno dell'Ashura la gente viene invitata ad andare negli ospedali per donare il sangue (del tipo: se proprio vuoi "versare sangue" per mostrare il tuo dolore, fallo in modo utile per gli altri).

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    2. Questo sì che è seguire i precetti

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  3. Più in generale, c'è a volte l'idea che la "sofferenza" sia una cattiveria del maligno riguardo la quale Dio non interviene per "mettere alla prova" la capacità di mantenere la fede (vedi il Libro di Giobbe); o che sia una vera e propria punizione divina per peccati commessi.
    La sofferenza (in senso più ampio, anche nel senso di disgrazie famigliari, problemi in attesi, etc,) e la fede spesso sono intimamente connesse nella mente del credente.

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  4. Certo che di fronte a queste scene (sobriamente scelte dal TOM) e a queste descrizioni, quel paio di timidi frustatine di Masoch impallidiscono del tutto!
    Complimenti per l'articolo e lo specialone è ormai entrato nel vivo del dolore ;-)

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  5. Condivido che si tratti di esibizionismo e non di vera fede.
    Ariano ha centrato bene il senso dellaquestione.

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    1. In effetti queste pratiche mi fanno venire in mente certi rituali tribali per dimostrare il proprio coraggio e la propria forza di sopportazione del dolore. Erano anch'essi rituali "religiosi" a modo loro, ma il contesto era totalmente diverso, come sopratutto è diversa l'architettura mistica sulla quale si basavano.

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  6. Non è detto sia soltanto esibizionismo, ci sono moltissimi credenti che si autoflagellavano anche nel privato.

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    1. Infatti nella conclusione del post faccio riferimento proprio all'aspetto dell'"ostentazione" della flagellazione. Ovvio che chi la pratica in privato non rientra in questo discorso.

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    2. Vero, sono molti di più quelli che si automortificano in segreto. Ormai celebre è la notizia che Paolo VI usasse spesso il cilicio durante il suo pontificato.... si dice lo facesse perché non trovava sopportabile il confronto con il suo predecessore Giovanni XXIII (e in questo modo forse sperava di guadagnare dei bonus da presentare poi nel momento del giudizio finale).

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    3. Chiedo scusa per il commento monco che può apparire ineducato, ovviamente ho apprezzato moltissimo l'articolo.

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  7. Post interessante. Forse nella flagellazione c'è una sorta di autocompiacimento che io non riesco a collegare alla religione, sicuramente vedere queste scene fa parecchio impressione. Il sangue è meglio donarlo, concordo. In ogni caso se si vuole "versare sangue" meglio versare il proprio che quello degli altri...

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    1. Anch'io non riesco a trovare uno scopo valido, se non in un personalissimo autocompiacimento, nel compiere in pubblico un gesto autolesionistico che la tua stessa religione ti dice di non fare. Suppongo che diventi una sorta di rituale tramandato di generazione in generazione, e per portarlo avanti però ci vuole gente disposta a compierlo.

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  8. Certo che ti sei andato a scegliere un argomento facile facile da trattare in un post, eh, Ariano? ;D
    Aggiungo solo che probabilmente, a livello di cultura di massa, l'esempio più noto del rapporto sacro-sofferenza è l'episodio della danza del sole ne "L'uomo chiamato cavallo".

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    1. Beh, ammetto che avrei potuto scegliere un argomento più circoscritto, invece sono andato a prendere uno che solo per le implicazioni collaterali meriterebbe dieci volumi di approfondimenti :-D
      La scena che dici tu, bellissima peraltro, per certi aspetti secondo me si discosta dal discorso relativo a cristianesimo e islam, poiché in questo caso parliamo di un rito tribale (come dicevo anche a Nick in risposta al suo commento) che aveva anche un suo scopo nel dimostrare coraggio e sopportazione del dolore, nonché cercare un viaggio mistico-iniziatico nella dimensione onirica della conoscenza.
      Poiché tali aspetti sono del tutto mancanti nelle due religioni monoteiste, che si basano invece su strutture teologiche molto più "intellettuali" per così dire, e che infatti considerano questi riti tribali come "primitivi" e "pagani", la presenza di comportamenti tali tra i propri credenti è piuttosto curiosa.

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  9. Molto interessante.
    Aggiungo un'osservazione. L'autoflagellazione è stata o è tuttora praticata in ogni parte del mondo, in ogni cultura immaginabile. Questo tipo di autolesionismo è roba lieve rispetto ai rituali della Danza del Sole praticata dai nativi nordamericani.
    Ne è stata fatta una fedele ricostruzione nel film L'uomo chiamato Cavallo, che certamente avrete visto.
    Era inevitabile che questo tipo di rituale investisse anche il Cristianesimo.
    Ho sentito parlare dei "Vattienti" di Verbicaro, non distano molto dai luoghi in cui sono nata e cresciuta, ma non ho mai avuto il "piacere" di assistere al cerimoniale. :)

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    1. Come dicevo a Ivano, credo che però bisogna fare attenzione a paragonare religioni molto teologiche come islam e cristianesimo e i culti sciamanici tribali.
      Riguardo la tua possibilità materiale di vedere i "vattienti", potrebbe essere uno spunto (ovviamente programmando il periodo giusto) quando ti ricapiterà di tornare nella tua regione :-)

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  10. Mah... Non riesco a darmi una spiegazione logica o razionale in merito all’auto flagellazione religiosa. Mi accodo ai commenti precedenti che parlano di esibizionismo vero e proprio.
    Bel post anche questo di Arianl comunque. Complimenti perché il tema trattato era da prendere con le pinze.

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    1. Grazie, ho cercato di proporre una tesi senza però mancare di rispetto alla religione, ho fatto del mio meglio per usare un linguaggio appropriato.
      L'autoflagellazione in pubblico secondo me ha qualche connotazione esibizionistica, e da questo punto di vista riesco anche a spiegarmela. Quello che mi resta inspiegabile è l'autoflagellazione eseguita in privato: in quel caso si tratta di persone che evidentemente hanno una fede particolarmente profonda, ma mi sfugge il perché debbano viverla con un gesto autolesionistico piuttosto che con un gesto di altruismo verso il prossimo.

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  11. Nell’autoflagellazione moderna vedo più un perpetrare delle tradizioni ancestrali, una pantomima cruenta e, sì, anche esibizionistica. Il mio agnosticismo mi rende scettico rispetto al valore morale e di fede di queste pratiche, peraltro presenti in molte religioni, come ben descritto nell’articolo. Quindi per cercare di capirle andrò a petitenz… penitenziagitar… vabbe’, mi farò uno spritz. Complimenti a Ariano per aver collegato questo argomento agli aspetti sadici e masochistici della saga Hellraiser.

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    1. Grazie, mi fa molto piacere che ti sia piaciuto :-)
      In realtà il collegamento con "Hellraiser" è solo uno spunto, mi sono connesso più al tema generale "the pleasure of pain".

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  12. Non so, nemmeno io sono ben trovare una spiegazione a questa passione per la sofferenza. E dire che ci sto provando, perché devo "ringraziare" l'educazione cristiana per il mio straordinario talento per avere sensi di colpa per qualunque cosa!
    Ovviamente lo so che la religione non ha quest brutti effetti su chiunque, è solo la mia esperienza.

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    1. Ovvio, qui si parla sempre di singoli individui, le etichettature di massa per "categoria" sono sempre un errore clamoroso.

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  13. Per me la gente sta semplicemente di fuori, e trova scuse per rendere le proprie tendenze strane (particolari o fuori dal comune fare boi) accettabili...

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    1. Per alcuni vale un discorso del genere, lo ipotizzo anch'io. Probabilmente però non per tutti, ci sono sempre le sfumature individuali che sono comprensibili solo per il diretto interessato.

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    2. Indubbiamente...ma di base laggente sta di fuori, e la religione aiuta solo chi sta un briciolo di fuori ad uscire allo scoperto

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  14. Sbaglierò, ma secondo me bisognerebbe contestualizzare le processioni più antiche come quelle dei flagellanti. Facciamo molta fatica a immedesimarci in uno sguardo, quello medievale, che vedeva la realtà come profondamente impregnata dalla religione. Tutto era portatore di significato, tutto era sacro o veniva dal demonio. Le emozioni erano estreme come quelle dei bambini. Di conseguenza quello che a noi appare ostentazione aveva sì il significato di espiare per i propri peccati, ma era anche un monito per gli altri fedeli a raggiungerli nella processione e a contribuire all'espiazione di massa. Del resto flagelli epocali come la peste nera erano sicuramente spaventosi, lo sarebbero ancora oggi se si manifestassero sotto altre forme.

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    1. Indubbiamente anche la collocazione temporale degli eventi e il relativo immaginario sociale correlato hanno la loro rilevanza.
      Le reiterazioni di tali pratiche sino ai giorni nostri mi spiazzano proprio perché le vedo del tutto disconnesse rispetto alla società moderna.

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  15. L’argomento è tostissimo e l’ articolo è magnifico. Non posso, però, che sintetizzare ciò che penso e, quindi mi scuso in anticipo se mai le mie parole dovessero dar vita a equivoci. Mi viene da dire che le religioni monoteiste (ma anche molte tra quelle sincretiste, forse anche nello sciamanesimo) ricorrono al concetto di peccato originale per dare un senso alla sofferenza e alla morte. In quest’ottica, essendo tutti gli uomini marchiati da un peccato primigenio, devono ricorrere a un’espiazione anche corporale, sia perché in questo modo risulta più incisiva per il penitente (la ferita evoca il ricordo, eccetera, e questo vale pure per la flagellazione inflitta in intimità, nel privato) e sia perché la si può esibire agli altri (ecco le flagellazioni pubbliche), come monito a non cadere in ulteriori tentazioni terrene. Forse, certe manifestazioni trovavano un senso nel passato, mentre oggi fatico ancor di più a coglierne il nesso con la fede, qualunque essa sia.

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    1. Certamente come dicevo anche a Cristina il contesto temporale incide molto. Secoli fa in effetti vi era una visione del mondo e una conoscenza diversa rispetto a quella odierna.

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