sabato 23 settembre 2017

Di settimini e di altri misteri italiani

Quando tra le proprie attività ludiche preferite vi è quella del blogger, il semplice atto di leggere un libro (e magari recensirlo) non è quasi mai una pratica fine a se stessa. Specialmente se si opera con passione e divertimento. La maggior parte delle volte, leggere un libro (ma anche guardare un film, perché no) significa chiedersi quale valore aggiunto tale esperienza possa portare alla propria creatura digitale, significa chiedersi quali nuovi meccanismi possano venire innescati da un atto apparentemente tanto semplice. A cascata significa poi chiedersi quali nuove strade si potranno percorrere.
La lettura de "Il settimino" di Fabrizio Borgio, della quale ho dato conto nel mio articolo precedente, è esattamente uno di quei casi: si gira la prima pagina credendo di trovarsi di fronte a una storia di creature fantastiche legate al folclore piemontese, e invece...
E invece ci si ritrova a riflettere su mille altre cose, apparentemente distanti anni luce l'una dall'altra: dagli archetipi in psicologia a quelle vecchie storie di delitti e di faccendieri di cui la prima repubblica italiana è stata maestra.

Erano anni infatti che non ripensavo a quelle settimane in cui tutta l'Italia aveva il fiato sospeso per il destino di Aldo Moro, lo statista che fu uno dei sostenitori del cosiddetto "compromesso storico". A quei tempi chi scrive aveva poco più di dieci anni e capiva poco o niente di quello che stava succedendo, ma nella sua ingenuità non poteva fare a meno di sorprendersi di fronte ai comportamenti di quelle persone che, in giacca e cravatta, avevano la responsabilità di guidare il paese. Nel suo libro Fabrizio Borgio cita infatti un episodio piuttosto curioso della vicenda Moro, il famoso particolare della seduta spiritica che avrebbe potuto guidare gli inquirenti direttamente al covo di via Gradoli e che invece li portò a perdere tempo tra le strade di un omonimo, innocente, comune del viterbese. Mi sono sempre chiesto quale spirito trapassato potesse aver interesse nel farci venire a capo di un sequestro di persona. E ancora me lo chiedo, anche se non sono più il bambino ingenuo di allora.
L'occasione di avere Fabrizio Borgio tra i miei contatti di Facebook è stata quindi irresistibile. Quella che leggerete tra poche righe non è esattamente l'intervista a uno scrittore reduce dalla sua ultima fatica letteraria, bensì una simpatica chiacchierata fra amici alla ricerca di quelle risposte che il nostro paese non ha mai avuto. Ovviamente si parlerà anche di settimini, perché è giusto e corretto che sia così. And now, ladies and gentelmen... Fabrizio Borgio!

* * *

Francesco Borgio
T.O.M.: Ciao Fabrizio e benvenuto su Obsidian Mirror. Mettiti pure comodo e versati da bere. Sei a tuo agio? Bene. Allora, come avrai intuito oggi parleremo de “Il settimino”… ti senti preparato sull’argomento? 

F.B.: Direi abbastanza, grazie 

T.O.M.: Quando si vestono i panni dell’intervistatore, e si entra nell’ottica di dover porre delle domande mirate su un singolo argomento, bisogna sempre fare i conti con una piccola parte introduttiva. La prima domanda è quindi più che altro una formalità: chi è Fabrizio Borgio? Tieni presente che i miei lettori quasi sicuramente conoscono già la risposta, avendo già letto di te su blog qua vicini... e magari molti di questi leggono anche il tuo "Taccuino di altri mondi"...

F.B.: In estrema sintesi: Un settimino quarantanovenne piemontese che da grande vuole fare lo scrittore.

T.O.M.: Da quello che ho capito Stefano Drago, uno dei protagonisti de “Il settimino”, appare in almeno altri due tuoi lavori precedenti, “Masche” e “La morte mormora”. Entrambi quei titoli erano dichiaratamente basati sul folclore piemontese: anche “Il settimino” è un argomento di carattere così strettamente regionale? 

F.B.: Non così strettamente come i precedenti anche se nel nostro folklore il Settimino è uno dei protagonisti oltre che figura “reale” ancora viva nelle campagne piemontesi. 

T.O.M.: Leggendo in rete la tua biografia mi è capitato di scoprire che tu stesso sei un settimino, il che dopo quello che ho letto mi mette un tantino a disagio. A differenza di masche e affini, mi pare però che i settimini non fossero anime totalmente malvagie, no? 

F.B.: Guaritore, stregone, necromante… una figura multiforme, tradizionalmente un nato prematuro il settimo mese ma può anche essere il settimo figlio di sette fratelli, le varianti sono numerose e cambiano anche da paese a paese, da nazione a nazione. Per lo più sono massaggiatori adesso. 

Via Fani, 16 marzo 1978
T.O.M.: Come dicevo nel post di qualche giorno fa, dopo un’introduzione al cardiopalma degna di “quel Cronenberg” che sai, “Il settimino” prende una piega nettamente diversa: mette un po’ da parte l’aspetto fantastico e si getta a capofitto in quelle vecchie storie italiane di politici, banchieri e faccendieri…. Come ti è venuta l’idea di mettere insieme le due cose? 

F.B.: Tra parentesi, Cronenberg lo cito due volte, sfido i lettori a capire l’allusione! È stato un collegamento spontaneo sorto nel momento nel quale ho inserito dei servizi segreti “deviati”. La storia oscura del nostro paese si dipana lungo un intreccio di complotti e operazioni ambigue, mi sembrava così di inserire un elemento inedito nel fantastique nostrano, andando a rileggere la notte delle Repubblica in chiave misteriosa. L’abbinamento mi affascina da sempre. 

T.O.M.: Politica e parapsicologia evidentemente non sono due universi così lontani. Nel tuo libro infatti a un certo punto si fa riferimento a quella famosa vicenda di via Gradoli, uno dei momenti più esilaranti della vicenda Moro. Ho scritto “esilaranti” anche se in realtà non ci sarebbe niente da ridere, ma se ci ripenso quarant’anni dopo non posso che definire quell’episodio un’enorme buffonata. Vuoi spenderci due parole? Tra l’altro io e te siamo coetanei, per cui immagino che abbiamo assistito al rapimento e all’omicidio dello statista democristiano più o meno con gli stessi occhi. Sinceramente io però non ricordavo affatto che fosse stato Romano “mortadella” Prodi il medium di quella famosa seduta spiritica. E, come me, sono sicuro che molti altri se lo fossero dimenticato. Che si tratti di un classico caso di “oblio collettivo della memoria”? 

F.B.: Ricordo che ero tornato a casa da scuola, trovando la famiglia catalizzata davanti al piccolo Tv in bianco e nero che tenevamo in cucina. Silenzio teso, il tg che mostrava le ormai tragiche e note immagini della R4. C’era incredulità e la consapevolezza che la situazione era grave. Per me era quasi eccitante e se non fosse stato per l’aria da funerale che si respirava in casa ne sarei stato perfino eccitato. Scrivendo Il Settimino mi sono riletto tutta la trafila, dal rapimento fino alla morte. Prodi risulta uno dei richiedenti l’extrema ratio della seduta spiritica. Un esempio tipico di come anche ai più alti livelli si finisce col perdere il senso della ragione. Si potrebbe affermare che eravamo una nazione sull’orlo di una crisi di nervi oltre che istituzionale. In realtà questa storia della seduta spiritica ogni tanto saltava fuori. La Fallaci l’aveva spesso rinfacciata al buon Romano, per fare un esempio ma si tratta di una di quelle informazioni che tendono a svanire… forse l’oblio collettivo della memoria su determinati temi si acuisce e sì che noi, come collettività, ne soffriamo in forma grave. La memoria storica è un anello terribilmente debole in una nazione incompleta e incompiuta come la nostra e questa debolezza influenza negativamente, a mio parere, il decorso politico e sociale dell’Italia.

T.O.M.: Ben presto, nello svolgimento del romanzo, butti lì una frase che mi ha incuriosito: scrivi che uno dei tuoi personaggi “stava elaborando un complesso sistema che intrecciava gli archetipi junghiani con le dinamiche nazionali”. Davvero pensi che l’inconscio collettivo, un concetto che tutto sommato ha un che di soprannaturale, possa influenzare la vita sociale e in particolare quella politica?

F.B.: Assolutamente sì e se si va a leggere la definizione ufficiale, le figure archetipiche sono realmente soprannaturali. Le campagne elettorali e la costruzione dell’assenso si basano proprio su suggestioni, suggestioni e percezioni quasi sempre gonfiate e alterate che sono utilizzate dai partiti creando realtà alternative. Le figure archetipiche sono davvero un comune sentire che favorisce l’aggregazione. Un esempio eclatante è dato dalla mitologia che la Lega Nord ha strutturato agli inizi degli anni ‘90, basandosi sulla presunta “comune origine celtica” dei popoli settentrionali. Avevano creato un senso di appartenenza sul quale fidelizzare la loro base elettorale. Operazione analoga a quella del nazismo con la razza ariana o con la mitizzazione dell’impero romano e i latini da parte del fascismo ma tutto questo in fondo è solo la superficie. Come faccio dire a Rocca ne Il Settimino in una sua intervista televisiva, il grosso problema dell’Italia è che la sua unificazione, la costruzione di uno spirito nazionale è calata dall’alto di una elite intellettuale su un popolo che non la percepiva come un’esigenza inderogabile. La Francia ha avuto la Rivoluzione e la presa della Bastiglia, l’Italia, no. 

T.O.M.: Sedute spiritiche, sette segrete, anarchici volanti, caffè al cianuro, bancarottieri sotto i ponti, pontefici a trenta giorni fine mese… la storia italiana è particolarmente ricca di situazioni al limite del paradossale. Senza entrare troppo nel merito, con il rischio di calpestare qualche merda, oggi come la vedi? Quando hanno smesso di pigliarci per il culo? E quanto siamo lontani da quella “azione fondante” in grado di risvegliare l’anima dell’Italia che teorizza il tuo professor Rocca? 

F.B.: Quando hanno smesso di pigliarci per il culo? Finché ci sarà chi è disposto a lasciarglielo fare per il proprio orticello mai. Siamo lontani anni luce dall’azione fondante per due motivi interconnessi tra di loro: i governi che si sono succeduti dalla creazione dello Stato fino ad ora non hanno lavorato nella direzione necessaria a far germogliare il famoso senso di appartenenza. Si percepisce l’entità statale come cosa “altra” perché l’interesse della popolazione è sacrificato per l’interesse di lobby. Non si costruisce una nazione partendo dalla sua squadra di calcio, la si costruisce con la consapevolezza che il singolo cittadino È Stato, che pagare le tasse è il giusto contributo al bene comune e dall’altra parte lo Stato dovrebbe fornire servizi e amministrazioni dei quali i cittadini dovrebbero sentirsi fieri. È sempre stato un atteggiamento sfacciato e deleterio che non ha mai cessato di minare l’interesse comune; dall’altra parte, c’è il singolo che pur di strappare un minimo di privilegio o tornaconto personale, distrugge l’interesse della collettività. 

T.O.M.: Ho sempre pensato che, a dispetto di quanto comunemente si crede, specie all’estero, il tratto caratteristico dell’anima degli italiani sia una sottile malinconia e un radicato senso di disillusione. Quanto concordi con questa affermazione? 

F.B.: Sulla malinconia non concordo molto, percepisco più una nostalgia deformata dalla memoria giovanile, un’afasia del passato particolarmente viva in un popolo anagraficamente in declino; sulla disillusione sì. La disillusione e una sfiducia congenita sono due nuvole che aleggiano sempre attorno al capo del cittadino medio. Siamo ossessionati dai campanili ma non dall’insieme nel quale viviamo, un senso di appartenenza microscopico molto più forte di quello macroscopico 

T.O.M.: Passiamo ad argomenti più leggeri… dopo “Il settimino”, che ormai mi pare abbia già un annetto di vita alle spalle, qual è stato il percorso letterario di Fabrizio Borgio sino ad oggi? 

F.B.: Dopo Il Settimino, cinque mesi dopo è uscito Asti Ceneri Sepolte, facendomi così superare il record personale di due romanzi nello stesso anno. A differenza del primo, Asti Ceneri sepolte è un giallo/noir appartenente al ciclo di Giorgio Martinengo, l’investigatore delle Langhe. 

T.O.M.: Ora che la mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta, caro Fabrizio, non mi resta che ringraziarti per aver accettato di farmi visita sul blog. Come faccio abitualmente in queste occasioni, lascio a te un po’ di spazio dove puoi parlare a ruota libera di tutto quello che vuoi, dei tuoi progetti presenti e futuri, o di qualsiasi altra cosa. Un angolino dove puoi farti un po’ di pubblicità, anche in maniera spudorata.

F.B.: Come anticipato nella risposta precedente ho anche una produzione gialla/noir. È l’altra scarpa nella quale sto tenendo la mia attività di scribacchino. Nel futuro prossimo ci sarà una terza indagine sempre di Martinengo, un mio racconto nell’antologia Bar del fantastico, della Cooperativa autori Fantastici e un altro racconto per un’antologia della Frilli editori: la Finestra sul noir, in memoria della scomparsa del fondatore: Marco Frilli. Come work in progress ho un nuovo romanzo sganciato dai due cicli sopra citati, un lavoro anomalo, intriso di fantascienza alla Tullio Avoledo mentre i nuovi di Martinengo e Drago sono in fase di documentazione. Chiudo con un ringraziamento riconoscente a Obsidian Mirror per l’interesse e l’ospitalità. Spero di tornare per le prossime uscite. Fabrizio

4 commenti:

  1. Ci fai scoprire, oltre a un libro, anche l'autore. Certo che mettere insieme fantastico e misteri politici della storia nazionale recente è un bello spunto. Complimenti all'intervistatore e all'intervistato :-)

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    1. Argomenti tra l'altro non facili da amalgamare... I complimenti vanno tutti all'intervistato che, in questo senso, ci è riuscito benissimo.

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  2. Intervista divorata e gustata con piacere. La storia di Prodi medium proprio non la sapevo.
    Aggiungo, a quelli di Ariano, i miei complimenti a tutti e due :-)

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    1. Nemmeno io lo ricordavo, sebbene quella faccenda di Gradoli mi fosse ben nota. Ecco perché nel post parlavo di "oblio collettivo"...

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