mercoledì 7 giugno 2017

Cronache dagli anni Ottanta (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Ritenevo fosse molto più semplice scribacchiare qualcosa sugli Anni Ottanta e su cosa essi hanno rappresentato per il sottoscritto, ma mano a mano che le parole, come un'onda in piena, hanno iniziato a trasferirsi dal mio cervello a questo foglio di carta digitale, mi sono dovuto ricredere.
Non ho mai avuto il dono della sintesi, e in proposito credo non vi siano dubbi, ma con questo post credo di aver superato anche i limiti della decenza. Questa seconda parte dovrebbe essere l'ultima: almeno questa è la mia intenzione nel momento in cui scrivo questa introduzione. Restano tuttavia ancora diverse cose di cui parlare (la musica, il cinema), e non sono certo tra quelle che uno può vagamente sperare di condensare in poche righe. Specialmente se "quell'uno" ha già scritto una decina di righe senza ancora aver detto niente. Mi bacchetto le mani da solo, e senz'altro indugio comincio dall'argomento che mi sta più a cuore: la musica. D'altra parte nulla come la musica è in grado di segnare nel profondo un'epoca. Molti la chiamano "la colonna sonora della vita" e tale affermazione mi vede decisamente concorde.
Ho scoperto, scrivendo questo post, che è molto facile associare avvenimenti, anche lontani nel tempo, alla musica che li accompagnava. Il problema, se vogliamo, è quello di dover lasciare fuori dall'elenco certi artisti che hanno avuto, almeno al pari di altri, la loro indiscutibile parte nella crescita di un individuo che, come nel mio caso, vola verso il suo cinquantesimo compleanno. Non aiuta il fatto che in quel decennio io ascoltassi veramente di tutto, al punto che qualcuno potrebbe pensare, dopo aver letto questo post, che in me fosse già presente quella personalità multipla che ancora oggi lascio trasparire. Dividerò quindi la sezione musicale in tre distinte sottocategorie.

MUSICA ITALIANA

Gli anni Ottanta mi sorpresero piuttosto imberbe dal punto di vista musicale. D'altra parte avevo appena tredici anni e, sebbene avessi abbandonato da tempo le filastrocche per bambini, ciò che girava sul piatto del mio stereo (che aveva soppiantato da poco il caro e vecchio mangiadischi rosso) erano sostanzialmente le stesse canzoni che martellavano per radio. Se gli anni Settanta si erano già portati via le mie prime passioni per Tozzi, Venditti e Bennato, che oggi in tarda età ascolto ancora piuttosto volentieri, gli Ottanta arrivarono accompagnati dalle note dell'album Tregua del renatone nazionale. Arrivavo già dall'ascolto maniacale dei tre mitici album precedenti e per tale motivo, nel mio piccolo, quando scoppiò un po' ovunque la "zeromania" (con l'uscita del doppo live Icaro, 1981) potevo vantarmi d'essere già un "sorcino" piuttosto navigato. Conservo ancora, fra i miei cimeli più cari, un vecchio biglietto dello spettacolo "Natale a Zerolandia" al quale assistetti da giovanissimo sotto il vecchio tendone di Lampugnano (era il gennaio 1983). Se ci penso adesso, quasi mi vengono i brividi. Una volta che Renato divenne poi un artista "di massa", come è sempre stata mia abitudine mi tirai da parte e presi a guardarmi attorno.
Trovai subito conforto in Vasco Rossi e, come mi era già capitato in precedenza, quando andavo in giro sostenendo che quell'artista semisconosciuto a me piaceva, i miei coetanei rabbrividivano d'orrore (era l'anno del suo passaggio a Sanremo con Voglio andare al mare). Come sarebbe andata a finire da lì a qualche anno, oggi lo sanno anche i sassi, e il sottoscritto, fedele al suo intuito, quando scoppiò la "vascomania" aveva già ancora una volta tagliato la corda.

Gli anni Ottanta furono tuttavia piuttosto poveri di musica italiana (ne recuperai parecchia nel decennio successivo). Buona parte di quegli anni furono però accompagnati dalle canzoni di Francesco Guccini, che conobbi attraverso il doppio live "Fra la via Emilia e il west" (1984). Una passione che avrebbe attraversato i decenni irrompendo con immutata intensità fino al nuovo millennio, attraverso dischi e una serie infinita di spettacoli dal vivo ai quali invariabilmente mi precipitavo. De Andrè ancora si intravedeva solo all'orizzonte, inconsapevole di come avrebbe poi devastato la mia vita all'inizio del decennio successivo. La puntina del mio stereo, già allora, non mancava però di frequentare i vinilici solchi del leggendario concerto con la Premiata
Sul finire del decennio sbarcarono i Litfiba e, come se il mio destino fosse destinato a ripetersi, ci ruzzolai addosso in occasione di un concerto gratuito al quale assistetti. In quell'occasione Pelù e compagni presentarono a una platea di venti persone alcuni brani inediti, quegli stessi brani che da lì a poco avrebbero costituito l'ossatura del mitico album Litfiba 3 (1988). Inutile dire che pochi anni dopo, con El Diablo (1990), avevo già voltato pagina.
Non mi rimane che citare le colonne sonore forse più importanti, quelle legate ai miei primi batticuori di adolescente: Baglioni e Cocciante. Ma non credo ci sia molto da dire su questi ultimi: chi c'era lo sa, chi non c'era lo può soltanto immaginare.

MUSICA INTERNAZIONALE

Quando si pensa agli anni Ottanta vengono in mente solitamente quei martellanti motivetti dance che accompagnavano le nostre prime uscite serali. Mentre vivevamo gli Eighties, e questo lo ricordo bene, si era soliti lamentarsi di quanto "fiacchi" fossero gli artisti di quegli anni se confrontati con quelli del decennio precedente. In parte questo è vero, perché è indiscutibile che il rock (quella era la nostra musica di riferimento) aveva già raggiunto i suoi vertici espressivi con il concerto di Woodstock e sembrava ormai avviarsi verso l'oblio.
Oggi, guardando a quel passato, non posso che ammettere che eravamo tutti in errore. Il rock era vivo e vegeto: solamente aveva dovuto cedere metà del palco a nuove correnti musicali che, se pensiamo a come siamo ridotti adesso, erano oro colato. Ma andiamo con ordine.
L'eredità del decennio precedente per me aveva un solo nome: Pink Floyd. Naturalmente non mi ero ancora lasciato turbare dalle prime sonorità del gruppo, quelle di album come Ummagumma (1969) per intenderci. Molto più semplicemente mi ero fatto trascinare dell'entusiasmo collettivo che ebbe seguito al successo planetario di The Wall (1979). Il fatto che nel 1980 fossi ancora piuttosto ingenuo lo proverebbe quella mia fissa per una band francese che si faceva chiamare Rockets, ve li ricordate? Talmente fissato che quasi non mi accorsi dell'arrivo di due pesi massimi come Zenyatta Mondatta (1980) dei Police e di Making Movies (1980) dei Dire Straits. Ho detto "quasi", non so se lo si è notato.
Ho parlato di "correnti musicali" diverse dal rock: mi riferisco ovviamente a quel pop che ci ha travolti un po' tutti, quello dei Duran, degli Spandau, degli Wham, di Madonna, di Prince e di Michael Jackson. Nonostante la mia attenzione fosse solita ricadere altrove, me ne feci travolgere anch'io. Tra i nomi citati ero particolarmente attirato da Madonna, quella di Papa don't preach (1986) e in parte dalla sua versione precedente, tutta pizzi e tulle.

Il 1983 fu tuttavia l'anno in cui David Bowie pubblicò il suo disco forse più conosciuto e il sottoscritto non se lo fece ovviamente mancare. Ricordo che iniziai a studiare Bowie (e quando dico "studiare", lo intendo letteralmente) una domenica sera sul tardi: ero lì che giravo annoiato il pomello del sintonizzatore quando incappai in una trasmissione radiofonica dedicata al Duca Bianco. Credo fosse uno dei canali nazionali, ma non posso giurarlo. Praticamente era una puntata facente parte di una serie totalmente dedicata a Bowie: si ascoltavano i brani di un album e lo si analizzava, nei testi e nelle sonorità, raccontando aneddoti e curiosità legati alla registrazione del disco e al tour che ne sarebbe seguito. Quella storica domenica sera stavano parlando di Low (1977), il primo album della trilogia berlinese. Ne fui incantato. Quando a mezzanotte passata spensi la radio, ero già completamente prigioniero del Maggiore Tom. Gli anni successivi li trascorsi così, ad ascoltare catatonico quella musica. Poi, nel 1987, dopo averlo visto dal vivo a Milano (al Glass Spider Tour), decisi che avevo raggiunto il mio scopo e passai ad altro. I nomi di Iggy Pop e di Lou Reed fanno parte inevitabilmente di quella stessa epoca e, sebbene non abbiano mai raggiunto certe pieghe del mio cuore, durarono molto più a lungo di quei miei tutto sommato brevi anni bowiani.

Il 1985 fu l'anno in cui sbarcò a San Siro il Boss. Chi ha detto "sticazzi"? Non riuscii ad andare a quel concerto, nonostante l'invito di alcuni conoscenti, ma l'adrenalina di quel ragazzotto americano con il berretto infilato nella saccoccia posteriore dei jeans mi colpì in pieno. Recuperai alla svelta tutto quello che c'era da recuperare, e se in quegli anni qualcuno mi avesse chiesto chi fosse il mio musicista preferito non avrei avuto esitazioni. Credo possa essere la stessa risposta che darei adesso, almeno di primo acchito. L'album di Springsteen che ascoltai di più, quasi fino alla nausea, fu però Darkness (1978), forse per via di quel mio amico, con il quale uscivo spesso, che in macchina aveva solo quella dannata cassettina che ascoltava senza interruzione.


Cosa avevo detto all'inizio? Che gli anni Ottanta ci parevano "fiacchi"? E pensare che dovevano ancora arrivare gli U2! La bomba esplose nel 1987 con il granitico Joshua Tree. Apparirò forse un po' volubile, ma anche gli U2 divennero ben presto la mia band preferita. Fu uno sbandamento intensissimo ma ancora una volta brevissimo: durò lo spazio di un solo disco, e dopo il live Rattle and Hum (e l'omonimo film, uscito nelle sale nel 1988) decisi che ciò che gli U2 avevano registrato di valido apparteneva a un passato che mi ero perso. Devo però agli U2 quel tentativo (ovviamente fallito) di mettere in piedi una band e di cui rimane patetica testimonianza in quella foto che campeggia sul mio profilo facebook ufficiale (quello con il mio vero nome, non quello con lo pseudonimo Obsidian). Oggi ascolto ancora soprattutto il loro primo album, Boy (1980), che ritengo essere il migliore.
Ma c'è qualcosa a livello internazionale che ho anticipato rispetto al suo tempo? Direì di sì, visto che acquistai l'album Document (1987) dei R.E.M. nel momento esatto in cui uscì nei negozi, precedendo di tre anni la notorietà che Michael Stipe e compagni raggiunsero con Losing my religion (1991). Il 1987 fu anche l'anno di The World Won't Listen degli Smiths, la raccolta di singoli con cui conobbi il sound della band britannica, che, anche se vi sembrerà strano, mi ricordava tanto quello dei Clash. L'album in questione, superfluo come tutte le operazioni commerciali, ebbe però il potere di avvicinarmi alla voce pazzesca di Morrissey e alla chitarra scombinata di Johnny Marr. Ancora oggi The Queen is dead (1986) e Strangeways, Here We Come (1987) sono tra i miei più ascoltati.
Vi sembrano ancora "fiacchi" gli anni Ottanta? E ancora non ho parlato di Robert Smith e di Ian Astbury... ma direi che per loro troverò uno spazio più consono quando vi narrerò le cronache degli anni Novanta, se mai ciò accadrà.

L'ANGOLINO METALLICO

La leggenda vuole che una buona parte dei metallari della mia generazione sia diventata tale andando per gradi. La catena evolutiva del metallaro sarebbe nata sulle note della canzone più melensa dei Kiss (I was made for lovin' you, 1979), transitata dal pezzo più agghiacciante degli Europe (The final countdown, 1986) e da uno dei brani più sopravvalutati di Bon Jovi (You Give Love a Bad Name, 1986), per approdare finalmente al fatidico traguardo degli Iron Maiden, spesso attraverso uno dei loro dischi a mio parere minori, quelli usciti sul finire degli anni Ottanta.
Non so se questa ipotesi di percorso metallico sia una verità universale o, come detto, semplicemente una legenda metropolitana. Sono quasi certo che non si tratta di una ipotesi assoluta (e lo scrivo per evitare che orde di metallari incazzati vengano a pigliarmi a scarpate), anche se ho il forte sospetto che molti miei coetanei, specialmente le ragazze, abbiano seguito esattamente la sequenza che ho appena citato.

Il percorso metallico del sottoscritto affonda comunque le sue radici molto più indietro, precisamente nei due dischi che acquistai su suggerimento di un amico di tre anni più grande: quei dischi erano Ace of Spades dei Motorhead e il mitologico Back in Black degli AC/DC.
Premetto che non so come reagirei oggi se un mio ipotetico figlio mi mettesse sul piatto i Motorhead a tredici anni, posso dirvi come reagirono i miei: piuttosto male.
Ad ogni modo, come dissi la volta scorsa, nel 1981 approdai alle scuole superiori e ricordo che c'era questo gruppetto di ragazzi metallari più grandi (di terza, mi pare) che mi tirarono in mezzo quando si accorsero che ascoltavo i Van Halen (quelli dei primi dischi, ovviamente). All'inizio ne fui compiaciuto, ma durò lo spazio di un quadrimestre e poi io mi stancai di loro e loro di me.
Il mio cammino metallico si interruppe quindi per un lungo periodo, lasciando solo qualche vago spazio a un paio di dischi degli Iron e credo poco altro. Quando poi iniziai a lavorare, nell'aprile 1988, ritornai a "indossare il chiodo" (e non solo in senso figurato) per via di nuovi colleghi che avevano stimolato nuovamente quella perduta passione. Il mio fu un percorso tutto sommato abbastanza soft: prima i grandi classici Deep Purple, Whitesnake, Dio e Black Sabbath, quindi Scorpions, Poison e Judas Priest. Una partenza piuttosto diesel, come si può notare. Tutto il resto? Il resto sarebbe arrivato più tardi, non prima però dello scoccare del nuovo millennio.
Interrompo quindi in questo punto questo lungo viaggio nell'archeologia musicale dei miei anni Ottanta. Ancora una volta non sono riuscito ad essere sintetico come avrei voluto. Pazienza. Vorrà dire che per chiudere il cerchio mi toccherà scrivere una terza parte....
CONTINUA


We are Motörhead and we play Rock N Roll!

28 commenti:

  1. Contenta per la terza parte *__*
    Per me questo post rappresenta un viaggio attraverso la bella musica, una grande parte di essa è anche "mia", ma la piccola differenza anagrafica fa sì che io abbia apprezzato nel decennio successivo moltissimi degli artisti che citi.
    E intendo dall'angolo metal ai REM eh! :D
    E no, gli anni '80 non sono stati affatto fiacchi! *_*

    P.S.: attendimi nel post precedente! :P

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    1. Non mi stupisce che questa musica sia anche la tua... è stata un po' la colonna sonora di un'epoca. Avrei potuto citare milioni di altri artisti (più o meno sconosciuti) che mi capitava di ascoltare ma non sarebbero stati abbastanza social... e comunque già così il post è venuto abbastanza lungo.

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  2. Continua così, ne vogliamo sempre di più! ^_^
    Questo tuo post mi fa ricordare che praticamente non ho parlato di musica nel mio omaggio agli anni Ottanta: dovrò provvedere quanto prima!

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    1. La musica è la prima cosa che mi è venuta in mente. Tutto il resto che ho inserito e che inserirò sono più che altro dei complementi d'arredo...

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  3. I Rockets! Oddio, che mi hai risvegliato! Sto canticchiando "We are the robots tan tan tan tan!"
    Veramente a tredici anni hai messo sul giradischi "Ace of spades"? Se lo avessi fatto a casa mia penso che avrebbero chiamato l'esorcista :-D

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    1. Ariano, ho paura che stai facendo un po' di confusione. La canzone che citi era dei tedeschi Kraftwerk. I Rockets erano invece quelli di Galactica e di Electric Delight.
      Non sei il solo, se ti può consolare, a confondere i due gruppi... succedeva continuamente anche quando le due band erano ai loro apici.

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    2. Azz, ho fatto confusione. Ero convinto che fosse dei Rockets.

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    3. Ne sono convinti in tanti, mi sa

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  4. Ma è stupenda questa tua ricostruzione del decennio e non mi resta che aspettare la prossima puntata! ^_^

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    1. Forse ho anche un tantino esagerato, ma quando parto con i miei ricordi divento una mitragliatrice inarrestabile!

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  5. Io invece ho scoperto la musica degli anni '80 dieci anni dopo, soprattutto Vasco, Michael Jackson, Pink Floyd e Ac/Dc, non male no? ;)

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    1. La musica eterna (non tutta) per cui l'importante non è il quando. L'unico dispiacere di non aver vissuto il decennio precedente è quello di non essermi potuto godere certi artisti dal vivo (vedi Police, vedi Marley).

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  6. Io sono stato fedele nei decenni a pochissimi artisti e tra questi c'è David Bowie. Avrei sicuramente citato "Let's Dance" tra la mia musica anni '80 se non avessi scelto, per limitare la sovrabbondanza, di segnalare solo i principali artisti che ho incontrato per la prima volta in quel decennio e non i dischi pubblicati da artisti che conoscevo già negli anni '70.
    Sicuramente quando arriverà il tag dei seventies mi troverò a dover fare un'operazione analoga alla tua, come minimo.
    Felice, come altri sopra, di scoprire che ci sarà una terza parte ^^

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    1. Ed è quello che ho fato anch'io, anche se non si direbbe. Ecco perché Robert Smith e Ian Astbury finiranno per ricadere negli anni Novanta.
      I miei anni Settanta sono stati piuttosto poveri di contenuti, ma qualcosa di interessante dovrei comunque riuscire a raccontarla. Attendo con ansia i tuoi...

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  7. Negli anni '80 deviai verso i DEVO e i B-52's....

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    1. Come ho potuto dimenticarmeli! A quel tempo c'era questo disco che era un mix di musica dance che conteneva "Private Idaho" dei B-52's e "Girl U Want" dei DEVO. Ricordo anche che quel mix si intitolava "Wave 81".... cosa darei per ritrovarlo!
      Gli album che contenevano quei pezzi li ho rintracciati e recuperati poi nel corso degli anni... "Wild Planet" è indubbiamente un capolavoro senza tempo; "Freedom of Choice", se ascoltato oggi, suona invece un po' troppo datato...

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  8. mi è piaciuto rivivere gli anni 80, attraverso il tuo post
    è in particolare la musica italiana, che in quel periodo era F A V O L O S A!

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    1. C'erano i cantautori, in quegli anni. Per questo sono stati favolosi. Gli artisti italiani di oggi non si distinguono l'uno dall'altro, sembrano costruiti in serie, lanciati sul mercato e subito gettati nella spazzatura per far post ad altri uguali...
      Qualcuno dei "vecchi" sopravvive ma in maniera piuttosto patetica, cercando di uniformarsi a gusti ormai troppo diversi...

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  9. Questo sì che è un vero post sul proprio vissuto. Complimenti, TOM!
    Felice di trovare Baglioni e Guccini fra i tuoi preferiti. Niente da fare, quell'album "La vita è adesso" entrò nel cuori di tanti.

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    1. Hai proprio ragione! Le canzoni di quel disco non saranno forse universalmente note come altre, ma hanno saputo ritagliarsi il loro giusto spazio...

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  10. Ho all'incirca dieci anni in più e ciò che sono stati per te gli anni'80 sono stati per me gli anni '70... quindi non commento, dal momento che i miei commenti sarebbero fatalmente un po' superati. Diciamo, comunque, che mi sono stupito che non apparissero i Cure tra i tuoi idoli del tempo se non di sfuggita. E i Radiohead? Ma forse sono posteriori, tipo anni '90. Comunque un ottimo lavoro.

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    1. Ho iniziato ad ascoltare i Cure ai tempi di Why Can't I Be You?, quindi in pieni anni Ottanta (seppure in ritardo rispetto alla media dei fans). Non li ho voluti citare qui solo perché mi pare ne avessi fatto davvero una malattia solo nei primi Novanta.
      I Radiohead invece non li ho mai ascoltati un granché; e se mi chiedi il titolo di una canzone mi viene in mente solo Karma Police...

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  11. Che dirti: ottimi gusti. ;-)

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  12. Letto giorni fa, ma ero abbastanza assente, quindi commento oggi :)
    Che dire, ottimo post musicale... stai espandendo alla grande il mio meme :)

    Litfiba 3... che ricordi :)
    Molti di questi album li ho con me!

    Moz-

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    1. Quello è ancora l'album che ascolto più volentieri. Non solo per via dei ricordi che ad esso mi legano, ma anche perché oggettivamente è stato uno dei loro migliori, se non il migliore in assoluto.

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    2. Umh, non abbiamo gli stessi gusti litfibiani :D

      Moz-

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    3. Oh sì, questo lo avevo capito!

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