venerdì 28 aprile 2017

Memorie fantasma

Spiriti d’autore. È così che avrei dovuto chiamare questo articolo, giacché gli spiriti presenti nei film del regista di culto Apichatpong Weerasethakul sono l’unico motivo che giustifica la comparsa dell’autore trentasettenne in uno speciale, come questo, dedicato al cinema horror tailandese. Weerasethakul non è un regista mainstream, ma non ha nemmeno nulla a che fare con l’horror. Tuttavia, per quanto i suoi siano film in gran parte realistici e anche sottilmente politici, arriva sempre il momento in cui vi fanno capolino fantasmi e presenze.
È qui che la dimensione spirituale (o onirica, se vogliamo metterla in altri termini) diventa il vero motivo dominante della narrazione. Abbiamo visto come i tailandesi siano abituati a fare i conti con gli spiriti e i fantasmi in ogni momento della propria esistenza, pertanto non deve stupire che essi compaiano anche in contesti inusuali ai nostri occhi. Fra i suoi lungometraggi più famosi vanno citati “Loong Boonmee raleuk chat” (Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, palma d’Oro a Cannes nel 2010), “Sang sattawat” (Syndromes and a Century, 2006, miglior film del decennio secondo la classifica The Best of the Decade: An Alternative View della Cinemathèque del Toronto International Film Festival nel 2010) e “Sud pralad” (Tropical Malady, premio della Giuria a Cannes nel 2004). Tralasciando quello di mezzo, che non ho ancora visto, è sugli altri due che mi concentrerò oggi.

mercoledì 26 aprile 2017

Mae Snake

Mae Bia Uncut (Snake lady, 2015)
La genesi di una leggenda è forse la sua parte più interessante, ma è anche quella che di norma è destinata a rimanere incerta, se non proprio oscura, come nella maggior parte dei casi che abbiamo esaminato nel corso di questo mese (Mae Nak, Phi Krasue, Phi Pop, eccetera). Con il passare del tempo è sempre però possibile seguirne a ritroso le tracce all’interno delle forme di culto più primitive, e quando un legame si trova, che non sia campato per aria né labile, le leggende stesse assurgono a tutti gli effetti a letteratura religiosa, e acquisiscono un valore antropologico molto maggiore di quello che avrebbero se fossero solo mere testimonianze di superstizioni popolari (a meno di non considerare il sentimento religioso stesso come una forma di superstizione). 
Nel caso di Mae Nak, abbiamo già visto che Mae corrisponde all’appellativo “madre”, ma è il nome proprio Nak che ci fornisce un indizio chiave per comprendere la possibile origine di questo spettro. Un’origine ben più antica e “nobile” della leggenda kmer che abbiamo menzionato in precedenza. Uno dei significati della parola tailandese nak, infatti, è serpente, e questo legame evidente con i Naga della mitologia vedica e induista, presenti più o meno in tutti i paesi in cui è diffuso l’Induismo, ci dice che molto probabilmente Mae Nak era in origine una divinità.

lunedì 24 aprile 2017

Takien: The Crying Tree

Nang Takhian (Takien: The Haunted Tree, 2010)
Le leggende legate alla vegetazione appartengono agli albori dell’umanità: non solo miti di un Albero Cosmico, ma anche di figure arboree dalle radici animistiche che, per un probabile collegamento con qualche antico culto della fertilità, sono raffigurate quasi sempre come giovani donne. A volte si tratta di divinità, altre volte di spiriti, fate, perfino fantasmi. 
Gli alberi furono centrali in tutti i culti precristiani, ove rappresentavano un simbolo di rinnovamento e rinascita: con la loro longevità e la loro capacità di rifiorire di stagione in stagione, agli occhi degli antichi sembravano immortali. Per la loro mole, le radici saldamente immerse nella terra e il distendersi dei rami verso il cielo, anche fino a notevole altezza, si pensava che fungessero da collegamento tanto con il mondo dei morti che con la divinità, e non era raro che per i riti iniziatici si scegliessero radure in mezzo a un bosco o a una foresta, come nel caso delle cerimonie dei Druidi, e che gli sciamani, spesso in preda a qualche delirio estatico, si arrampicassero sugli alberi: c’era infatti l’idea che sia gli dèi che i loro messaggeri passassero dalla dimensione celeste a quella terrena scalando gli alberi o discendendone. Di conseguenza, quasi ovunque esistono archetipi legati a un albero della “vita”, che è spesso legato al tema dell’immortalità, e a un albero della “conoscenza”.

sabato 22 aprile 2017

Art of the Devil

Long khong 2 (Art of the devil 3, 2008)
Come se la tradizione del Kuman tong non fosse già abbastanza angosciante, si crede anche che dalle sostanze che si sprigionano dal corpo del bambino durante la sua trasformazione in Kuman tong si ottenga un olio efficace per i legamenti d’amore (secondo altre fonti, quest'olio si può ottenere anche dal sangue della madre). Provate a digitare le parole “Nam Man Prai Oil” su internet e vi si spalancherà un mondo: a quanto pare sono moltissime le persone che credono ciecamente nella sua efficacia, e i prezzi possono lievitare fino a raggiungere cifre esorbitanti. Potere della suggestione?
Per attirare a sé la persona desiderata, l’olio va abbinato alla recitazione di mantra, ma occorre anche ingraziarsi lo spirito del defunto con delle offerte: in un certo senso, l’olio va “accudito” e blandito esattamente come si farebbe con un Kuman tong
Il Nam Man Prai Oil, se proprio non se ne può fare a meno, andrebbe sempre maneggiato in modo corretto e consapevole, e se si vorrà disfarsene bisognerà accertarsi di vuotarne il residuo in un corso d'acqua dopo aver pronunciato delle apposite formule di commiato. Sono molti i film che mostrano le tragiche conseguenze dell'uso incauto di questo “olio dei morti”: uno su tutti, il film antologico "Bangkok Haunted" (Bangkok Kill City, 2001) di Oxide Chun Pang e Pisut Praesangeam. In quello che per me è forse l’episodio meno riuscito del lotto, il secondo di tre, la giovane Pam apprende dalla sua vicina di casa dell’esistenza di un olio che rende irresistibili, e che scopriamo essere realizzato con il sangue di donne uccise proprio per realizzare la preziosa pozione. Pam, ignara di tutti i retroscena, se ne procura una boccetta, ma quando usa l’olio su Tim finisce per attirare su di lui l’ira dello spirito ivi contenuto...

giovedì 20 aprile 2017

Kuman Tong: Ghost Delivery

Kuman Tong (© Reuters)
Novembre 2010. In un tempio buddista di Bangkok vengono ritrovati i resti di oltre 2.000 feti umani conservati in sacchi di plastica. La polizia afferma di aver investigato a seguito di diverse lamentele relative a cattivi odori provenienti dalla camera funeraria del tempio e sospetta che i resti derivino da aborti praticati illegalmente (l’aborto in Tailandia è consentito solo se la gravidanza deriva da una violenza sessuale o se può mettere a rischio la vita della madre): un membro del personale del tempio avrebbe confessato di essere stato pagato da alcune cliniche per disfarsi dei resti. (Fonte: bbc.co.uk.) 
Sappiamo che le derive magico-esoteriche nel Buddismo, con il proliferare delle sette più diverse, non sono cosa rara, pertanto il sospetto più grande è che questi feti venissero conservati per essere trasformati in Kuman tong, gli spiriti-bambini della tradizione tailandese. Quanto avvenuto nel 2010 non sarebbe né il primo, né l’ultimo caso del genere. Parlare di Kuman tong significa immergersi completamente nell’oscuro mondo della magia nera. Un tempo, fra gli atti di magia nera più comuni nel sudest asiatico c’era la creazione di questi spiriti familiari, che venivano tramandati da una generazione all’altra perché servissero gli appartenenti alla stessa famiglia (un po’ come i famigli che, nella tradizione occidentale, sono i compagni delle streghe).

martedì 18 aprile 2017

Phi Pop: Body Jumper

Pop weed sayong (Body Jumper, 2001)
Un giorno qualunque. Una graziosa, giovane donna viene intervistata durante un talk show televisivo. I primi minuti trascorrono normalmente, fra le domande e i sorrisi di rito, finché l’intervistata non confessa di venire posseduta regolarmente da uno spirito di nome Pop. Poco dopo, lo spirito fa la sua comparsa e la donna comincia a tremare e a emettere suoni gutturali e inquietanti, fino a quando il suo ospite non le cinge il collo con una collana-amuleto. L’uomo chiede allo spirito come mai non la lascia andare, ma questo rifiuta di rispondere e dice che qualcuno lo ha mandato nel corpo della donna. Pop grida che le diano del sangue di maiale, o la divorerà. 
Sembra la scena di un film, non è vero? Invece questo fatto è successo realmente a un’attrice e modella di nome Thippawan “Pui” Chaphupuang. E non anni o decenni fa: la notizia è dell’11 luglio 2016. In breve tempo il video con l’intervista è diventato virale, ma ciò che ha sconvolto l’audience tailandese ha suscitato al più scetticità nel resto del mondo, ove la maggior parte delle persone si è limitata a ironizzare sulle capacità attoriali della “vittima”. Che cosa è successo davvero a questa donna? La sua era davvero solo voglia di pubblicità? Conoscendo la mentalità tailandese, non mi stupirebbe invece che non stesse affatto recitando ma, a torto o a ragione, credesse davvero di essere posseduta.

domenica 16 aprile 2017

Krasue: Demonic Beauty

Tamnan Krasue (Demonic Beauty, 2002)
Se avete avuto la pazienza di leggere il lungo excursus di pochi giorni fa attraverso i terrificanti Phi tailandesi, sarete magari curiosi di capire se (e come) il cinema del paese asiatico abbia dedicato loro dello spazio. È la stessa domanda che mi sono posto anch’io quando, ormai molto tempo addietro, mi sono avvicinato per la prima volta a questa cultura, così diversa dalle altre culture orientali a cui siamo abituati, spesso anche grazie al bombardamento mediatico degli ultimi decenni. Se da un lato infatti termini giapponesi come yūrei e yōkai sono entrati a bomba nelle nostre case sin dagli anni Sessanta con i grandi classici di registi come Kaneto Shindō (Onibaba, Kuroneko) e Tetsuro Yoshida (Yōkai Monsters), nulla era mai trapelato a proposito dei loro corrispettivi tailandesi, senza dubbio altrettanto degni di interesse. Il motivo di tutto questo silenzio è presumibilmente legato allo scarso livello di esportabilità del Phi tailandese, radicato molto più in profondità nelle tradizioni di un paese che a sua volta non ha mai cercato un contatto con il mondo esterno. 
Lo speciale “Bangkok Haunted seguirà quindi, da qui alla fine del suo percorso, questa logica, tentando di scavare là dove pochi hanno mai osato scavare. Se poi dai nostri scavi verrà fuori qualcosa di buono, è ancora troppo presto per dirlo. Nell’articolo di oggi ci concentreremo sulla creatura più strana e repellente fra quelle a cui ho accennato finora: Krasue. Questo fantasma femminile è formato praticamente da una testa e, sotto il collo, tutte le interiora penzolanti. Tuttavia il suo viso, a dispetto dell’espressione bramosa, è giovane e bello. Krasue esce di notte alla ricerca di cibo fluttuando in una luce verde. Da dove viene? Perché non trova pace? Come mai appare così anomalo, più strega che spettro, rispetto alle altre figure della tradizione tailandese?

venerdì 14 aprile 2017

Sugli spiriti tailandesi

Anche se ora come non mai mi sento inadeguato a fare da Cicerone, proverò a guidarvi per quanto possibile nel misterioso mondo del folclore tailandese. Sviscerare la materia è impresa non semplicissima neanche per gli studiosi, perché diversamente da altri paesi asiatici la Tailandia non ha una ‘letteratura di fantasmi’ a cui poter attingere; il suo esteso corpus di leggende viene da sempre tramandato in forma orale, e coloro che si sono cimentati con la tassonomia del folclore tailandese hanno basato il loro lavoro su interviste a un campione di individui che, benché rappresentativi dei vari ceti, gruppi e fasce d’età del paese, non sono appunto che una frazione della popolazione totale. Io, nel mio piccolo, ho dovuto fare i conti con molte difficoltà: talora mi imbattevo in spiriti con caratteristiche simili e nomi diversi, e solo dopo realizzavo che quei nomi descrivevano la stessa entità e non un'altra simile; oppure, trovavo gli stessi nomi traslitterati anche in quattro o cinque modi diversi, per via del sistema di utilizzato o semplicemente perché erano scritti ora col nuovo sistema di scrittura, ora con uno più vecchio, notevolmente diverso. Questo per dirvi, casomai ce ne fosse bisogno, che ciò che riporterò di seguito non affronta che alcuni aspetti della materia e che potrebbe alla fine risultare un mero elenco di alcune delle sue creature soprannaturali. In altre parole, questo è semplicemente ciò che ho avuto modo di mettere insieme nel tempo a mia disposizione e, soprattutto, che è mi possibile riportare nello spazio limitato di uno “speciale” che dovrà concludersi alla fine del mese. 

martedì 11 aprile 2017

Buppah Rahtree

Cosa rispondereste se vi chiedessero di nominare un franchise cinematografico tailandese di successo? Al di là del fatto che una domanda del genere sarebbe un’inutile crudeltà, vi garantisco che non è affatto facile rispondere, specialmente se la questione viene circoscritta al genere horror. Molto più facile sarebbe rispondere a una domanda simile sul cinema giapponese o su quello coreano, entrambi ampiamente più esportabili (ed esportati) di quello del paese a loro limitrofo. Neppure io, che da anni ormai seguo il cinema asiatico in tutte le sue sfaccettature, avrei potuto fornire una risposta convincente fino a nemmeno molto tempo fa.
Oggi però, senza pensarci un attimo, risponderei “Buppah Rathree!”. E lo farei forse sbagliando visto che, come ho accennato in chiusura del post precedente, “Buppah Rathree” non è affatto un horror, perlomeno non è quel genere di asian horror al quale ci siamo ormai tutti abituati grazie a Sadako e a tutti i suoi cloni.
In questo caso stiamo parlando di una serie di quattro commedie horror che pescano a piene mani da classici del cinema di ieri e di oggi, come L’Esorcista (1973) di William Friedkin o Audition (1999) di Takashi Miike, con l’occasione rivisti in chiave demenziale. Scritto così potrebbe sembrare che il sottoscritto stia oggi per parlare di una serie di boiate senza precedenti. Niente di più lontano dalla verità, perché Buppah Rathree dista anni luce dalle parodie horror occidentali alle quali siamo abituati. Siamo lontani anni luce anche da robaccia come Scary Movie (2000), come Riposseduta (1990) o come L’alba dei morti dementi (2004). Siamo lontani anni luce anche (mi sia perdonata l’eresia) da L’esorciccio (1975), un film che da bambino ho amato alla follia.

domenica 9 aprile 2017

Sulle orme di Mae Nak

Su un affluente del Chao Phraya, là dove la leggenda di Mae Nak è ambientata, sorge il distretto di Phra Kanong, uno dei cinquanta in cui è suddivisa Bangkok: un emblema della Tailandia intera, ove la tradizione si fonde volentieri con la modernità. È un quartiere tranquillo dove la vita si concentra principalmente attorno al lungofiume, dal quale il centro città è facilmente raggiungibile con lo sky train. Molti piccoli negozi, mercatini e bancarelle si affacciano sui moli in legno. A Phra Kanong non ci sono grattacieli, ma piccoli edifici immersi nel verde, con i templi buddisti, vero cuore culturale del distretto, a pochi passi dalla zona residenziale.
Qui si trova anche il Wat Mahabut, ovvero il tempio dedicato a Mae Nak: in quello che la tradizione indica come il luogo in cui sorgeva il tempio dove lo spirito venne esorcizzato, un sacrario ospita un piccolo altare con due statue ornate da foglie d’oro che raffigurano Nak e suo figlio. Le offerte dell’incessante folla di fedeli che visita il tempio sono ai suoi piedi, mentre di fronte c’è una tivù sempre accesa, e poco lontana una radio trasmette sovente canzoni d’amore. Mentre la si prega, si bada a che lei e suo figlio siano distratti dai doni ricevuti, dalle immagini della tivù o dalle canzoni in modo che i loro spiriti inquieti, ancora legati alla vita, non abbiano modo di riflettere su chi si trovano davanti, di provare invidia nel realizzare che i fedeli gli chiedono proprio di elargire ciò che a loro fu negato in vita.

venerdì 7 aprile 2017

Il fantasma di Mae Nak

Secondo la tradizione orale tailandese, una persona che muore di morte innaturale, specialmente se improvvisa, come nel caso di un omicidio o di un annegamento, si trasforma in un Phi Tai Hong (letteralmente “spirito di persona morta di morte violenta”). Tali spiriti sono particolarmente temuti in quanto pieni di risentimento e di desiderio di rivalsa nei confronti dei vivi. Lo spirito di una persona assassinata cercherà di ottenere giustizia, scatenando la propria vendetta non solo nei confronti dei propri assassini, ma anche nei confronti delle persone che casualmente possono venire a trovarsi nel loro raggio d’azione. È appunto per questo che i Phi Tai Hong sono tra i fantasmi più temuti: essi non riescono (o non possono, o non vogliono) a discriminare il bersaglio del loro risentimento e, pur di giungere al risultato voluto, non esitano a compiere una strage di innocenti. 
Una forma ancora più estrema di Phi Tai Hong è quella nota come Phi Tai Hong Tong Klom, che è il fantasma di una donna morta insieme al suo bambino nel grembo. La forza vendicativa di tale spirito si può considerare in pratica come la somma del rancore di due spiriti, quello della madre e quello del nascituro. Ecco forse individuato il motivo per il quale Mae Nak è una storia che, allo stesso tempo, ha affascinato e terrorizzato intere generazioni di tailandesi. Anche perché, e di questo ve ne potrà dare conferma chiunque se mai visiterete la Tailandia e avrete l’ardore di chiedere, Mae Nak non è una semplice figura del folclore locale: si ritiene infatti che quella di Mae Nak sia una storia dannatamente vera, avvenuta sul finire del 1860, durante il regno di Sua Maestà Re Mongkut (1851-1868), conosciuto anche come Rama IV del Siam, uno dei sovrani più amati dai tailandesi per via dei suoi grandi risultati nel sociale, per i progressi economici e scientifici avvenuti negli anni del suo dominio, e per il lungo periodo di relativa pace di cui aveva goduto il paese, anche per via dell’estrema tolleranza che Mongkut aveva dimostrato nei confronti delle numerose confessioni religiose che chiedevano attenzione.

mercoledì 5 aprile 2017

Nang Nak

Sono stato a lungo combattuto sull’opportunità di iniziare questo speciale proprio da questo punto anziché, come sarebbe tecnicamente più ovvio, da una introduzione generale sul mondo degli spiriti tailandesi. In realtà, ho riflettuto, sarebbe inopportuno o quantomeno sciocco girare eccessivamente attorno a un argomento che è fondamentale nell’economia di questo speciale.
Cominciamo quindi questa avventura dalla vicenda di Mae Nak, senza ombra di dubbio una delle più note della tradizione tailandese. Credo di non sbagliarmi sostenendo l’ipotesi che non esista un solo tailandese adulto che non la conosca a memoria e che non ne sia allo stesso tempo affascinato e terrorizzato. Il nostro obiettivo oggi è quello di cercare di comprendere i motivi per i quali la leggenda legata a un fantasma femminile possa essersi elevata, nel corso di decenni, alla più rappresentativa espressione della cultura popolare di un intero paese. Sono certo di poter anticipare sin da ora che sono almeno due gli aspetti che, convergendo nella figura di una donna-fantasma allo stesso tempo temuta e ammirata, hanno realizzato questo fenomeno: da una parte il substrato di credenze religiose, incredibilmente espressive, radicate nella tradizione locale, dall’altro il significato dualistico della figura femminile stessa, portatrice di vita attraverso il proprio grembo e simbolo di morte attraverso la violazione di un tabù divino e attraverso l’inquinamento del sangue.

lunedì 3 aprile 2017

Bangkok Dangerous

È praticamente impossibile affrontare un discorso coerente sul cinema thai senza fare alcun riferimento agli avvenimenti storici che hanno drasticamente segnato, tra le tante cose, il punto di rottura tra la old e la new vawe del cinema tailandese. Sto parlando della grave crisi economica il cui momento più delicato, per le economie del Pacifico, arrivò mercoledì 2 luglio 1997, giorno in cui le autorità di Bangkok decisero di slegare il "baht" tailandese dal dollaro americano. 
Una decisione inevitabile, dopo i ripetuti attacchi speculativi che avevano costretto la Banca centrale a sacrificare, nella difesa della moneta, più di quattro miliardi di dollari in un mese. Le ragioni della crisi finanziaria più grave nella storia del continente asiatico sono da ricercare nella crescita tumultuosa e disordinata vissuta dalla Tailandia nel decennio precedente, nel corso del quale i flussi di capitale dall'estero avevano favorito un aumento incontrollato degli investimenti, finanziati esclusivamente con l'indebitamento, e un boom indiscriminato del comparto immobiliare. È una storia che vi ricorda qualcosa? 
Quando poi, infatti, i nodi vennero al pettine, la moneta tailandese finì sotto pressione, con i risultati che sappiamo. I tentativi di difendere la moneta, prima attraverso il ricorso alle riserve di valuta, poi mediante svalutazioni sempre più incontrollate e il rialzo dei tassi di interesse, non ebbero seguito alcuno se non quello di spingere nuovi speculatori ad approfittare dell'ulteriore debolezza della divisa e a provocare il fallimento di moltissime aziende. Le conseguenze, nello scenario orientale, furono più o meno le stesse che anche noi siamo abituati a conoscere bene: levitazione dei tassi di interesse, taglio della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale. Risultato? Calo dei consumi, disoccupazione… le solite cose. 

sabato 1 aprile 2017

Un tuffo nelle ombre tailandesi

Negli ultimi tre anni, l’appuntamento con lo speciale di aprile è divenuto per me irrinunciabile. Nelle mie intenzioni, lo speciale doveva riunire due di quelle che sono le mie più grandi passioni, ovvero il cinema e l’horror. E così, nel 2014 questo blog si è occupato della saga di Phantasm del regista Don Coscarelli, famosa soprattutto fra uno zoccolo duro di appassionati e appena conclusa; nel 2015 dei film coreani della serie Whispering Corridors, uniti dal filo conduttore del corridoio, indubbiamente uno dei più disturbanti topos del cinema di paura; nel 2016, infine, della famosissima saga giapponese di Ring, con il suo pozzo-icona e l'agghiacciante figura di Sadako che, avvolta nei suoi fluttuanti capelli neri, ci minaccia dallo schermo del televisore.
Proprio quest’ultimo speciale ha però rappresentato una svolta, perché non sono riuscito a pubblicare tutti gli articoli entro la fine del mese di aprile, finendo per monopolizzare il blog con le vicende di Sadako per un altro mese intero, quello di settembre. Non solo: per la prima volta ho avuto l’impressione che l’aspetto cinematografico divenisse sempre meno rilevante man mano che procedevo.
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