lunedì 16 ottobre 2017

Quella diabolica Hollywood...

No, non è solo una vostra impressione: ancora una volta, la terza nel giro di un mese, questo blog apre le porte del suo salotto ad un graditissimo ospite.
Lungi da me far concorrenza al monumentale Nick Parisi, il vicino di blog che ha fatto delle sue interviste un marchio di fabbrica, questa recente tendenza a lasciar carta bianca a scrittori ed editori deriva semplicemente dal fatto che, forse come mai prima d'ora, quest'estate ho infilato una fortunatissima serie di letture strepitose.
Il classico progetto di scrivere una relazione "in pillole" di tutte le mie letture da spiaggia (cosa che tra l'altro era sempre stata mia abitudine fare) mi aveva però un po' annoiato e, quest'anno, così tanto per cambiare, ho preferito lasciar perdere e concentrarmi su poche cose, accuratamente selezionate, in maniera più approfondita.
L'estate è finita da un bel pezzo, osserverà giustamente la maggior parte di voi, ma i tempi biblici sono una caratteristica a cui uno "slow blog" come questo non può rinunciare... e per questo motivo eccomi ancora qua.
L'ospite di oggi, come probabilmente avrete intuito, è Fabio Lastrucci, vecchia conoscenza di Obsidian Mirror (ne avevamo parlato qui), scrittore, illustratore e, me ne accorgo solo oggi, anche scultore. Fabio ci racconterà la genesi di uno dei suoi lavori più complessi, quel "L'estate segreta di Babe Hardy" recensita su questo blog solo pochi giorni fa. Nello specifico con Fabio parleremo di quel parterre di personaggi che ne costituisce l'ossatura e di alcuni di quegli inside jokes disseminati nella storia, come omaggi alla cultura e all'immaginario pop. Buona lettura!

venerdì 13 ottobre 2017

L'estate segreta di Babe Hardy

Le labbra di Laurel si deformarono sotto un’incontenibile pressione interna per esplodere infine in una fragorosa risata che lo squassò a lungo. Era una cascata senza freni. L’attore si batteva convulso le mani sulle ginocchia, risucchiava aria con dei ragli asinini, poi riprendeva a ridere con maggiore intensità. Rimasto spiazzato per qualche secondo, Hardy si drizzò in tutta la sua statura, offeso come non mai. «Non vedo proprio cosa ci sia da ridere.»
Sono secoli che non guardo un film comico. Sarà forse che la comicità degli ultimi decenni mi deprime come una riunione di marketing a ferragosto, ma è un dato di fatto che le grasse risate che mi facevo un tempo guardando quei vecchi film con Sordi, Troisi o il principe De Curtis non riesco davvero più a concepirle. 
E pensare che Totò e i suoi compari non avevano nemmeno bisogno di battute: erano capaci di divertire anche solo con la mimica facciale. Ho citato Totò, ma la mia mente inevitabilmente ritorna al cinema dei pionieri, a quelle maschere tragicomiche che erano i Ridolini, i Charlie Chaplin e i Buster Keaton. Ma molto più di questi ultimi, non me ne vogliano i loro eventuali epigoni, da bambino io amavo Stanlio e Ollio e le loro imprese.

domenica 8 ottobre 2017

Da donna a strega: l’eterno ritorno

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

In Europa, le analogie fra miti e figure del folclore in territori anche molto distanti geograficamente si spiegano per via delle migrazioni e dei contatti fra vari popoli, e in particolare i Celti e gli Sciti, ma anche i Daci e i Traci, il cui immaginario evidentemente si fuse con quello romano. Il patrimonio culturale italiano, in particolare, è stato plasmato anche da influenze di culture come quella illirica, quella cimbra e quella degli indoeuropei, i nomadi delle steppe russe, e, specie nelle regioni del Nordest, da quelle delle popolazioni slave, tanto che se oltre ai termini generici di Fate e Streghe tenessimo in considerazione tutte le variazioni dialettali dei nomi che ricorrono nelle varie leggende locali, dovremmo contare decine e decine di nomi, molti dei quali fanno parte da tempo immemore della toponomastica: Agane, Angolane, Anguane, Aquane, Begane, Bugadére, Cavestrane, Desodre, Dujacesse, Eguane, Fade, Gandane, Gane, Guane, Inguane, Ivane, Janare, Jane, Krivapete, Lagane, Langane, Linguane, Longane, Melusine, Nanguane, Pagane, Pane, Salinghe, Sequane, Somegane, Spilunghe, Stane, Torke, Varvuole, Vivane, Zuane, e ancora Vecchie Signore, Beate Donnette, eccetera eccetera... 

martedì 3 ottobre 2017

Gli esploratori dell'infinito

Solitamente cerco di dare spazio alle piccole segnalazioni solo entro quel ristretto spazio, più o meno appositamente creato, che appare su questo blog su base bimestrale. Sto parlando di "Traditi dalla fretta", se non si fosse capito: quella specie di rubrica che da qualche mese, piuttosto puntualmente, fa capolino da queste parti. 
Oggi invece è il caso di infrangere quella piccola regola non scritta per dare un po' di voce a un'iniziativa piuttosto curiosa che, a mio parere, merita la giusta attenzione.
Come al solito, dietro un'introduzione del genere c'è lo zampino di Cliquot, piccola casa editrice dai natali digitali specializzata nel recupero di romanzi, raccolte di racconti e saggi inediti in Italia o da lungo tempo fuori catalogo. 
Inutile dire che per il sottoscritto ogni nuova uscita è un'incitazione all'acquisto compulsivo e che solo un incrollabile autocontrollo mi trattiene dallo "sperperare" una montagna di denaro. Il particolare, non trascurabile, che queste opere sono invece accessibili a prezzi piuttosto contenuti non sostiene, ahimè, alcuna mia scusa basata sul risparmio.
Ma lasciamo per un attimo da parte queste piccole divagazioni economicistiche e veniamo piuttosto al punto.

giovedì 28 settembre 2017

Koizumi Yakumo, Lafcadio Hearn

"Per i molti ai quali non fu dato di conoscere personalmente il Giappone, e che sempre, in una muta quanto bramosa curiosità, ricorrono alle fotografie e tengono in mano estasiati i preziosi oggetti leggiadri dell'arte giapponese per costruirsi, sulla base di tale precario supporto, un sogno multicolore di quel lontano paese, per tutti costoro Lafcadio Hearn è diventato un sostegno incomparabile e un amico." (Stefan Zweig, 1911).

Ormai un anno è passato dall'ultima volta che il progetto Kaidan è apparso sulle pagine virtuali di questo blog. Oltre un anno e mezzo, se vogliamo escludere dal conteggio la lunga digressione dedicata all'universo di Ring. Il tempo, sebbene venga scandito con estrema precisione dalle lancette degli orologi, sembra avere la strana caratteristica di comprimersi e di espandersi al di fuori del nostro controllo... Ma, lo avete capito, sto solo cercando delle scuse.
Lasciataci alle spalle Sadako Yamamura e tutta la sua mitologia, è giunto il momento di rientrare sulla carreggiata principale, quella che, attraverso cento articoli, cercherà di affrontare il tema che ci eravamo prefissati in tutta la sua interezza. E da dove ripartire se non da Lafcadio Hearn, il più celebre narratore di storie di fantasmi giapponesi?
Strano nome Lafcadio Hearn. Non sembra affatto giapponese. E avete ragione: Patrick Lafcadio Hearn era irlandese, nato da padre irlandese e madre greca... e... e come avete già intuito, ho deciso di raccontare questa storia proprio dall'inizio.

sabato 23 settembre 2017

Di settimini e di altri misteri italiani

Quando tra le proprie attività ludiche preferite vi è quella del blogger, il semplice atto di leggere un libro (e magari recensirlo) non è quasi mai una pratica fine a se stessa. Specialmente se si opera con passione e divertimento. La maggior parte delle volte, leggere un libro (ma anche guardare un film, perché no) significa chiedersi quale valore aggiunto tale esperienza possa portare alla propria creatura digitale, significa chiedersi quali nuovi meccanismi possano venire innescati da un atto apparentemente tanto semplice. A cascata significa poi chiedersi quali nuove strade si potranno percorrere.
La lettura de "Il settimino" di Fabrizio Borgio, della quale ho dato conto nel mio articolo precedente, è esattamente uno di quei casi: si gira la prima pagina credendo di trovarsi di fronte a una storia di creature fantastiche legate al folclore piemontese, e invece...
E invece ci si ritrova a riflettere su mille altre cose, apparentemente distanti anni luce l'una dall'altra: dagli archetipi in psicologia a quelle vecchie storie di delitti e di faccendieri di cui la prima repubblica italiana è stata maestra.

mercoledì 20 settembre 2017

Il settimino

Nel folklore piemontese, un bambino nato prematuro al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. Secondo tradizione, è dotato di oscuri e terribili poteri sovrannaturali. Davide Bo è un Settimino; e questa è la sua storia. 
Mi è bastato leggere queste prime righe di presentazione per convincermi, qualche mese fa, all'acquisto di questo piccolo ebook edito da Acheron e firmato da Fabrizio Borgio, due nomi di assoluto rilievo nel più recente panorama del cosiddetto "fantastico" italiano.
Sarebbero state in realtà sufficienti le prime tre parole per attirare la mia attenzione, visto e considerato quanto affascinanti possono essere certi argomenti, ma poi il mio sguardo si è posato sulle righe successive e ho perso ogni controllo: "I misteri di Stato. Le stragi. Gli anni di piombo. La strategia della tensione. I terroristi. La massoneria. I servizi deviati. E' l'Italia; e questa è la sua storia.". Quel mix di misteri italici tra loro completamente (forse dovrei dire "apparentemente") agli antipodi non poteva non far scattare in me l'istinto del compratore seriale. Ho quindi cliccato senza indugio sull'apposito pulsante dello store ed ecco che "Il Settimino" ha finito per far parte della memoria virtualmente infinita del mio reader. La piccola disponibilità di extra-tempo, concessami dai recenti pomeriggi estivi, ha fatto il resto. E quando la storia del più potente ESP al mondo si sovrappone alla storia di una nazione dalle mezze verità, dove dominano mafie, logge, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere, il risultato finale non può che essere catastrofico.

venerdì 15 settembre 2017

Da donna a strega: introduzione

Che ci crediate o meno, il progetto Orizzonti del Reale non è nato per parlare di religione – non in senso stretto, almeno. Non è nato neppure per parlare di John Marco Allegro, che tuttavia lo ha monopolizzato per un bel pezzo. Volendo ora affrontare quella che chiamerò la “questione femminile”, ovvero il ruolo della donna nella pratica religiosa e più in generale nella società, credo quindi che sia giusto aprire un percorso contiguo ma parallelo. Un percorso che costituisce l’ideale punto di partenza per parlare di streghe, un argomento che non ho mai affrontato prima se non a spizzichi e bocconi. 
Vi chiederete forse in che modo le due cose siano collegate. Ebbene, è presto detto: negli ultimi anni, qui sul blog, ho sfiorato quel discorso molte volte, non ultima in occasione dell’ultimo speciale di aprile e la sua incursione in folclore e tradizioni così legati alla dimensione magica come quelli tailandesi. Mi mancava però la voglia di fare di più, dato che molti altri blog lo avevano già fatto e data la vastità e complessità della materia. Il saggio di Allegro mi ha però fornito lo stimolo decisivo (oltre che nuovi spunti) per questa riflessione, e infatti posso dire che il nucleo del post odierno sia nato proprio mentre scrivevo questa parte di OdR.

domenica 10 settembre 2017

Traditi dalla fretta #4

Sono già trascorse un paio di settimane dal giorno in cui il blog si è destato dal suo interminabile letargo estivo, e ancora sono qua a cercare di mettere insieme i tasselli di questo dannato puzzle. Immagino abbiate capito cosa intendo, no? È un po' come risvegliarsi da un lungo sonno criogenico: occorre provare a recuperare ciò che si è perso, capire cosa ci è rimasto di utilizzabile nella nuova avventura e identificare ciò di cui ci si può anche disfare.
Se il tempo me lo consentisse potrei mettermi a scrivere pagine su pagine e pubblicare almeno un post al giorno per i prossimi tre mesi, ma il mondo sul quale si sono posati i miei occhi appena riaperti è quello reale, fatto di cose reali e di impegni reali.
Non vi tedierò tuttavia con i miei soliti lamenti autunnali: per quelli è stata creata apposta la nuova rubrica "Confessioni di una maschera", di cui avete già scoperto il "numero zero"... Oddio, forse non è una bella mossa di marketing quella di presentare in questo modo una nuova rubrica, ma io sono fatto così, per cui fate finta di niente.
In tutto questo bisogna però andare avanti e quale miglior momento, quindi, per uscire con una nuova puntata di "Traditi dalla fretta"? A beneficio di coloro che non sanno ancora di cosa si tratta, posso semplificare il tutto dicendo che questa rubrica è una sorta di nodo al fazzoletto digitale: nella pratica è la macchina del tempo che io utilizzo per recuperare il tempo perduto. L'idea di base l'ho ampiamente descritta nel "numero zero" introduttivo, mentre la sua intelaiatura l'ho illustrata nel "numero uno". Non ci resta che procedere.

martedì 5 settembre 2017

George of the Dead

La prolungata chiusura estiva del blog ha lasciato numerosi strascichi, come potete ben immaginare. Mi sono lasciato indietro molte cose di cui avrei voluto parlare. Mantenere un blog non è solo osservare una programmazione standard, che cerchi di seguire e proseguire ciò che si è iniziato, bensì assecondare la scrittura "di pancia" che, proprio come in un diario, vorrebbe che le emozioni di un preciso istante possano liberarsi. Uno degli impulsi che a stento non mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene è esploso di schianto un pomeriggio di metà luglio, solo un paio di giorni dopo la discesa del mio provvisorio sipario: era la notizia della scomparsa del buon vecchio zio George.
Ormai sono trascorsi quasi due mesi da quell'infausto giorno, ma mi piacerebbe lo stesso dedicare due parole al regista che, forse più di ogni altro (anzi, senza forse), ha rivoluzionato la logica del cinema dell'orrore.
Inizio a scrivere questo articolo senza aver ben chiaro fino a che punto potrò spingermi senza apparire noioso e melenso. Su George Andrew Romero è già stato scritto di tutto, specialmente (e inevitabilmente) nelle ultime settimane. Cosa mai potrei aggiungere?

giovedì 31 agosto 2017

Come ti evado l'ultimo meme estivo

Dopo aver dato ampio spazio al Liebster, prosegue senza tregua l’attività di recupero degli impegni accantonati nel corso della lunga pausa estiva del blog. Questa volta però il mio personale contributo è limitato a poche righe introduttive, visto che questo spazio sarà tutto appannaggio di Lady Obsidian, al secolo Simona, mia compagna di vita e di blog, che entusiasticamente (?) si adoprerà per onorare la nomination di Ivano Landi. Due righe di cronaca sono necessarie: tutto nasce sul blog intitolato Grafica Creattiva, la cui ideatrice Elisabetta ha lanciato l’iniziativa “Top 5 Summer (che credo sia alla sua seconda edizione). La logica di tale “Top 5”, che di blog in blog è sbarcata da Ivano, consiste nel citare tre punti fermi della propria estate, un libro, una ricetta e una colonna sonora, invitare qualcuno a proseguire il meme e condividere. Questa iniziativa è infine planata diritta sul blog che state leggendo, con la postilla di evaderla entro e non oltre il 31 agosto (oggi). Come è potuta planare qui e, nello specifico, come mai è finita sulla scrivania di Simona? 

lunedì 28 agosto 2017

Liebster backlog

Decisamente fuori tempo massimo procedo oggi, in questa ennesima assolata giornata di fine stagione, a mantenere ciò che promisi tempo addietro a quei tre colleghi blogger che hanno voluto insignirmi del famig... ehm... prestigioso Liebster Award 2017.
Solitamente i miei tempi di reazione non sono vergognosi come hanno dimostrato essere in questo caso, ma spero mi si possa lo stesso perdonare. A questo punto della giostra ritengo superfluo rispettare tutte le regole del Liebster, per cui, lo dico sin da ora, al termine di questo post non verranno nominate nuove vitt... ehm... non verranno perpetuate nuove premiazioni.
Cercherò lo stesso però di onorare il premio, il cui nome tanto mi ricorda un dado per il brodo, rispondendo immantinente a tutti i quesiti.
Quest’anno il Liebster Award è cascato su questo blog tre volte. Siamo lontani dalle nove coccarde ricevute nel 2016, per cui si rende subito indispensabile un vigoroso ringraziamento a coloro che si sono ricordati di me. Ringrazio quindi pubblicamente, e senza alcun rancore, Giulietta, Frank e Luz (in perfetto ordine di nomination).

venerdì 25 agosto 2017

Riavvio del sistema in corso...

Partire è un po' morire / rispetto a ciò che si ama / poiché lasciamo un po' di noi stessi / in ogni luogo ad ogni istante. / E' un dolore sottile e definitivo / come l'ultimo verso di un poema... (Edmond Haracourt)
Non è mai facile allontanarsi da ciò che si ama, nemmeno se si tratta di una lontananza temporanea. Quasi certamente Edmond Haracourt non stava pensando alla chiusura estiva di questo blog quando scrisse il Rondel de l'adieu, ma possiamo benissimo fare finta che lo avrebbe fatto, se solo non fosse vissuto così in anticipo rispetto ai nostri tempi.
Difficile allontanarsi ma ancora più difficile è rimanere lontani, specialmente se ci si costringe a farlo in nome di quel salutare riposo a cui si bramava e che mancava ormai da diverso tempo.
Se mi sono riposato? Non come avrei voluto ma sì, mi sono riposato. Il distacco dalla blogosfera non è stato assoluto come era nei miei piani (per colpa di quelle dannate notifiche che non hanno mai smesso di raggiungermi), ma a questo dettaglio ero ben preparato. Non speravo davvero che accadesse, ma avevo anche fortemente sperato che nessuno in mia assenza si mettesse a scrivere cose troppo interessanti...
In buona sostanza il mio distacco è stato più teorico che pratico, a prescindere dal fatto che questo blog sia stato aggiornato oppure no. 

sabato 15 luglio 2017

Confessioni di una maschera #0

Ed ecco giunto il momento fatidico, quello del mio cinquantesimo compleanno. Nascevo alle tre del pomeriggio del 15 luglio del remoto 1967, in un ospedale dell'hinterland milanese, esattamente all'ora in cui ho deciso di programmare la pubblicazione di questo post.
Mentre queste righe divengono pubbliche io mi trovo nell'assolata Santorini, primo giorno e prima tappa delle mie agognate vacanze greche. Seguiranno a breve altre due destinazioni, le isole di Ios e di Naxos, poi di nuovo un ultimo giorno a Santorini da dove mi imbarcherò per far rotta verso casa. Ma per quello c'è tempo, lasciatemi prima gustare queste promettenti due settimane di mare, visto che non tocco un granello di sabbia da tre anni. Che dite? Niente male il modo che ho scelto per esorcizzare il mezzo secolo, no?

martedì 11 luglio 2017

Non si deve profanare...

Molte cose non si dovrebbero profanare. Una di queste, molto semplicemente, è quella vecchia regola non scritta che fin dal giorno della sua nascita questo blog si è auto-dettato: la regola di non recensire cagate.
Vi state forse chiedendo come sia possibile mantenere fede a quella vecchia promessa e allo stesso tempo uscire con un'immagine come quella che ho postato qui a sinistra? La risposta è molto semplice: non tutte le cagate sono uguali, ci sono quelle attraverso le quali è possibile raccontare una storia e quelle fini a se stesse e che è meglio lasciar perdere.
Non c'è contraddizione, quindi, nel presentare oggi la recensione di un vecchio film che, solo apparentemente, appartiene alla seconda categoria. D'altra parte non sarebbe nemmeno la prima volta... nel senso che non sarebbe la prima volta che il sottoscritto riesce portare a casa una partita che pare persa in partenza.
Questo è uno di quei titoli, per inciso, che avrebbe potuto fare la sua porca figura su quel vecchio e defunto blog su cui scribacchiavo un tempo (ecco, quello sì che era un blog dove si alternavano cag.. ehm... recensioni di tutti i tipi), ma sono certo che alla fine non finirà per sfigurare nemmeno qui.

venerdì 7 luglio 2017

Traditi dalla fretta #3

Sono trascorsi già due mesi dall'ultima volta che questa rubrica è apparsa qui sul blog. Due mesi che, non lo nascondo, sono stati piuttosto impegnativi per via di faccende che nulla hanno a che fare con il blog.
Se da una parte gli impegni lavorativi si sono ulteriormente moltiplicati, talvolta spingendomi lontano da casa in trasferte totalmente prive di senso, dall'altra c'è l'avvicinarsi inesorabile del mio compleanno che, quest'anno più che mai, mi getta nella depressione più nera.
I numeri tondi fanno sempre impressione. Me ne hanno fatta sin dal primo compleanno in doppia cifra, quel giorno ormai remoto in cui per la prima volta in vita mia realizzai che il tempo stava passando. E stavo compiendo solamente dieci anni. Non ho un ricordo ben preciso dei miei vent'anni, ma credo non sia andata così male. Più tragici furono i miei trenta, giunti in un momento della mia vita in cui per puro miracolo non stava finendo tutto nel cesso. L'arrivo degli "anta" mi colse più o meno alla sprovvista, ammortizzato da un contorno decisamente molto più promettente. Oggi altri dieci anni sono passati, e l'idea di dover tirare altre somme mi inquieta e non mi lascia dormire la notte.
Quale miglior momento quindi per spezzare questa angoscia e uscire con una nuova puntata di "Traditi dalla fretta"? A beneficio di coloro che non sanno ancora di cosa si tratta, posso semplificare il tutto dicendo che questa rubrica è una sorta di nodo al fazzoletto digitale, nella pratica la macchina del tempo che spero mi aiuti a recuperare il tempo perduto. L'idea di base l'ho ampiamente descritta nel "numero zero" introduttivo, mente la sua intelaiatura l'ho illustrata nel "numero uno". In questa puntata sarò però molto meno vario in ciò che presenterò, visto che saranno quasi tutte segnalazioni di cose succose in arrivo. Non ci resta che procedere.

martedì 4 luglio 2017

L'eredità di Lin Carter (Pt.4)

Andiamo oggi a concludere questo lungo percorso tra le pagine di quel singolare racconto di Lin Carter intitolato "The Winfield Heritage", un racconto che a quanto pare è talmente ricco di citazioni da rendere quasi impossibile, seppur prestando la massima attenzione a ogni singola parola, non lasciarsene sfuggire qualcuna. È invece possibile, al contrario, lasciarsi prendere la mano dall'euforia, e trovare citazioni anche laddove non ce ne sono, o dove sono solo involontarie. Lo stesso titolo del racconto potrebbe infatti richiamare il nome di battesimo del padre di HPL, che, come sappiamo, era proprio Winfield (Scott Lovecraft), scomparso prematuramente quando il nostro aveva solo otto anni. Ci sono però ancora delle importanti citazioni pseudobibliche che vale la pena menzionare; e queste non sono certamente da attribuire al caso. 
Eravamo alle prese, come ricorderete se avete letto le parti precedenti (qui, qui e qui), con la perlustrazione della biblioteca appena ereditata dal nonno da parte del protagonista Winfield Phillips (abbiamo già detto che "Phillips" era il cognome della madre di HPL?).

venerdì 30 giugno 2017

L'eredità di Lin Carter (Pt.3)

Ritorno oggi a occuparmi della montagna di citazioni pseudobibliche presenti nel breve racconto "The Winfield Heritance" di Lin Carter con la certezza che, ancora una volta, sarò costretto a rimandare la conclusione di questo articolo. Se vi siete persi l'inizio, vi raccomando di passare prima qui e poi qui. Volendo essere pignoli, ci sarebbero in realtà altri trenta post precedenti a questo, tutti catalogati sotto l'etichetta Yellow Mythos, che non sarebbe fuori luogo recuperare... ma capisco che l'eventuale impresa di un recupero totale sfiori ormai il titanico.
Eravamo comunque rimasti al punto in cui il nostro protagonista fa il suo ingresso nella biblioteca appena ereditata. A portata di sguardo ci sono numerosi volumi di autori classici e, sopra la porta d'ingresso, un dipinto il cui contenuto lascia già intuire la presenza, chissà dove, di testi ben più interessanti. Uno sguardo più attento porta infatti alla luce una seconda fila di libri nascosta dietro quella in primo piano. Niente di così misterioso, ci sarebbe da commentare. Trovatemi qualcuno che non si sia ridotto a sistemare i propri libri in doppia fila...
La seconda fila di libri del vecchio zio materno di Winfield è tuttavia cento volte più interessante di qualsiasi seconda fila noi possiamo avere nelle nostre case. Se noi siamo soliti nascondere alla vista i titoli più scrausi, quelli di cui più ci vergogniamo, i libri del vecchio Hiram Stokely erano al contrario i più rari e interessanti (fatto singolare per un collezionista, che si suppone debba tenere parecchio all'esibizione della sua raccolta).

mercoledì 28 giugno 2017

L'eredità di Lin Carter (Pt.2)

Continuiamo oggi il nostro percorso di (ri)scoperta di Lin Carter, un autore che, anche se non ne abbiamo ancora svelato il motivo, ha contribuito enormemente alla causa degli Yellow Mythos.
La volta scorsa vi avevo segnalato un racconto piuttosto interessante, "The Winfield Heritance", apparso una trentina di anni fa sulle pagine di un testo antologico curato dallo stesso scrittore statunitense. Ciò che mi porta in questi giorni a parlarne nuovamente non è tanto lo spessore letterario del racconto in sé, non molto diverso dai tanti altri racconti che decine di seguaci di Cthulhu hanno dato alla luce nell'arco di un secolo, quanto l'incredibile elenco di pseudobiblia lì citati nel breve spazio di poche pagine.
Naturalmente, ciò che più di ogni altra cosa aveva inizialmente attirato la mia attenzione su "The Winfield Heritance" era la presenza di quel lungo paragrafo riportato integralmente nella prima parte di questo articolo; un paragrafo che mette in chiaro, se mai ce ne fosse bisogno, la grande passione di Carter per il Re in Giallo, una passione che avrebbe trovato il suo apice... ma stiamo correndo un po' troppo.

lunedì 26 giugno 2017

L'eredità di Lin Carter (Pt.1)

Abbiamo iniziato questo viaggio tra gli Yellow Mythos qui sul blog quasi quattro anni fa. Ci siamo posti milioni di domande e solo ad alcune abbiamo trovato delle risposte, peraltro parziali e spesso un po' forzate. Come abbiamo visto nell'ultimo articolo della serie, James Blish è in procinto di fornirci un'opportunità incredibile: quella di immergerci nel lago di Hali e, attraverso le sue acque, giungere là sulla spiaggia dove onde di nubi si frangono, là dove Soli gemelli s’affondano e le ombre si allungano in Carcosa, là dove strana è la notte in cui sorgono stelle nere e strane lune ruotano nei cieli, là dove si odono canzoni che le iadi canteranno, là dove s’agitano i cenci del Re, là dove le canzoni muoiono inascoltate nell’oscura Carcosa.
Ma il tempo che sia fatta luce non è ancora giunto. Occorre prima intraprendere una piccola deviazione che, sebbene possa lasciare l'amaro in bocca a chi sperava in una rapida conclusione di questa serie, non mancherà di entusiasmare (almeno lo spero) chi desidera scavare sempre più a fondo tra le radici del mito. Il passaggio obbligato, come sarà chiaro in seguito, è quello che orbita attorno a una delle più prolifiche penne dello sword and sorcery dell'ultimo secolo: Lin Carter.

lunedì 19 giugno 2017

Al-mummia

You who left, you will return / You who slept, you will awake / You who passed away, you will be resurrected. (The Egyptian Book of the Dead)

No, "Al Mummia" non è un refuso. No, non è nemmeno un post sull'ultimo film con Tom Cruise quello che state leggendo, anche se un pochino devo ammettere che mi stuzzica l'idea che qualcuno possa finire per caso su questo blog digitando male l'articolo determinativo. Probabilmente quel qualcuno schizzerà poi via in un nanosecondo, ma c'è sempre una vaga speranza che un paio di click me li possa regalare.
Parleremo oggi invece proprio di "Al-Mūmiyā" (العربية), film datato 1969, lungometraggio primo e unico di Chadi (o Shadi) Abdel Salam (o Abdessalam), che ebbe il gran merito di far convergere l'attenzione del mondo occidentale verso un cinema allora pressoché sconosciuto come quello egiziano.
Nel fermento di questi ultimi giorni, suscitato dall'ennesima rivisitazione del mito cinematografico della mummia, potrebbe essere facile supporre che "Al-Mūmiyā" sia solo una delle tante opere derivate dal classico del 1932 con Boris Karloff, vero capostipite di un genere che non ha mai smesso di affascinare: sto parlando naturalmente di "The Mummy" di Karl Freund.

lunedì 12 giugno 2017

Cronache dagli anni Ottanta (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Siamo infine giunti alla terza e ultima parte di questo glorioso tuffo nella magia degli anni Ottanta. Non avrei mai pensato di poter riuscire a raccogliere in questo tutto sommato piccolo spazio tutti i ricordi di un decennio che, almeno per il sottoscritto, è stato indiscutibilmente tra i più ricchi di avvenimenti che poi, con il passare degli anni, si sarebbero rivelati decisivi. 
Sarebbe stato forse necessario dedicare all'argomento un intero mese, anziché confinare tutto nell'angusto spazio di pochi giorni, ma certe cose alla fine restano interessanti solo finché rimangono episodi. Ascoltare i ricordi degli altri mantenendo un'attenzione costante non è affatto facile, e se devo dirla tutta, anch'io comincio a sentire il peso di tutto questo. Non sempre scavare nei ricordi è piacevole: si inizia a pensare a cosa, e a chi, ci si è lasciati alle spalle, a ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato, e soprattutto si inizia a pensare al tempo che è trascorso, alle persone che erano giovani, o nel pieno degli anni, e che ora sono invecchiate o se ne sono andate. Un sacco di tempo. Un sacco di fottutissimo tempo.

mercoledì 7 giugno 2017

Cronache dagli anni Ottanta (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Ritenevo fosse molto più semplice scribacchiare qualcosa sugli Anni Ottanta e su cosa essi hanno rappresentato per il sottoscritto, ma mano a mano che le parole, come un'onda in piena, hanno iniziato a trasferirsi dal mio cervello a questo foglio di carta digitale, mi sono dovuto ricredere.
Non ho mai avuto il dono della sintesi, e in proposito credo non vi siano dubbi, ma con questo post credo di aver superato anche i limiti della decenza. Questa seconda parte dovrebbe essere l'ultima: almeno questa è la mia intenzione nel momento in cui scrivo questa introduzione. Restano tuttavia ancora diverse cose di cui parlare (la musica, il cinema), e non sono certo tra quelle che uno può vagamente sperare di condensare in poche righe. Specialmente se "quell'uno" ha già scritto una decina di righe senza ancora aver detto niente. Mi bacchetto le mani da solo, e senz'altro indugio comincio dall'argomento che mi sta più a cuore: la musica. D'altra parte nulla come la musica è in grado di segnare nel profondo un'epoca. Molti la chiamano "la colonna sonora della vita" e tale affermazione mi vede decisamente concorde.

domenica 4 giugno 2017

Cronache dagli anni Ottanta (Pt.1)

Un weekend post-moderno
Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni '80, in base ai vari macroargomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell'epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi!). Questo è l'invito che il blogger più pop del web ha lanciato in rete qualche settimana fa, sottovalutando probabilmente l'enorme seguito che un'iniziativa come questa avrebbe presto raccolto. Ho detto "probabilmente" perché mi suona strano che il suo diabolico invito a un tag indiscriminato si sia evoluto in pandemia così casualmente.
Nella rete del Moz ci siamo cascati più o meno tutti, qualcuno prima, qualcuno un bel po' più tardi. Nel mio caso è stato per merito (o per colpa) del vecchio Ivano, untore tra i più scaltri, che mi ha inculcato l'irresistibile desiderio di scavare nella memoria di anni che stavo ormai quasi per dimenticare. Considerato quel che è saltato fuori a seguito della spremitura di meningi al quale mi sono prestato, direi che non posso fare altro che ringraziarlo: ci sono cose che è sempre bello ricordare, perché fanno parte di un'epoca che, segnando nel bene e nel male tutta la mia vita, ha contribuito a plasmare la persona che sono adesso.
Il Moz indica alcune "macrocategorie" alla quali rivolgere i nostri sforzi: musica, cinema, fumetti, videogame, televisione, cibo, libri, moda, lifestyle, immagini. Altri blogger, mi pare, hanno ripreso l'iniziativa aggiungendo o sottraendo argomenti. È quello che farò anch'io, inevitabilmente andando per sottrazione, considerata la mia atavica incapacità di sintesi che mi costringe a spezzare questo post in due parti per non risultare eccessivo.

lunedì 29 maggio 2017

Gombrowicz, arrendersi al caos

Un giorno vi parlerò meglio del mio bisogno fisiologico di leggere libri complessi, stratificati, che spesso finiscono all’improvviso, brutalmente, così come sono cominciati, senza tirare i fili rimasti pendenti fino a una conclusione logica, senza offrire il conforto di una spiegazione univoca, quasi come se l’autore stesso, a un certo punto, si fosse arreso al Caos (giudicherete voi stessi, se proseguirete nella lettura, l’ironia intrinseca nella questione in questo caso specifico). 
E spiegherò anche, se mai io stesso arriverò a scoprirlo, come mai sono proprio questi i libri che più degli altri continuano a girarmi e rigirarmi nella mente finché non decido di parlarne, gettando fuori i miei pensieri come se fossero un veleno che alla lunga rischierebbe di intossicarmi. 
Eccomi oggi alle prese con “Cosmo” (1965) di Witold Gombrowicz, un romanzo denso quanto inafferrabile nella sua essenza che lo scrittore Michele Mari ha definito “uno dei quattro o cinque libri più belli del Novecento”. Non posso confermare quanto affermato da Mari, non so onestamente giudicare se questo sia vero o meno, posso dire però che ho letto il romanzo tutto d’un fiato e che neanche per un attimo, a dispetto della sua stranezza, mi sono annoiato o domandato se ne valesse la pena. C’è molta filosofia in questo libro, me ne sono accorto perfino io che di certo non sono un filosofo, e me ne sono accorto ben prima di leggere le note critiche nella postfazione. Il punto è che, per molti versi, ho riconosciuto me stesso nei due protagonisti Witold e Fuks, e non tanto perché io mi riconosca una personalità altrettanto ossessiva, ma perché credo che un certo grado di ossessione sia insito in tutta l’umanità; in un certo senso, è l’ossessione umana ad aver creato il progresso.

martedì 23 maggio 2017

Oggetti, umane finzioni

René Magritte, I valori personali, 1952, olio su tela
Quello di oggi è il terzo post che scrivo per aderire al progetto dei "vasi comunicanti" della collega blogger Cristina de "Il Manoscritto del Cavaliere". Per chi ancora non lo sapesse, si tratta di scegliere un elemento che, a insindacabile giudizio dell’ideatrice dell’iniziativa, possa fungere da filo conduttore tra opere d’arte diverse fra loro, in questo caso un libro (prosa o poesia) e una rappresentazione grafica (un dipinto, ma non necessariamente). In precedenza quell’elemento è stato un paesaggio artificiale e prima ancora un paesaggio naturale, nel qual caso la sfida è consistita nel trovare un libro in cui un paesaggio del tipo indicato fosse centrale o in qualche modo importante per delinearne la trama, e poi un dipinto che lo rappresentasse al meglio, ma vi invito a scoprire quelli precedenti direttamente sul blog di Cristina.

mercoledì 17 maggio 2017

Orizzonti del reale (Pt.14)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Non è possibile leggere senza pregiudizi il saggio di Allegro senza accettare la sua più importante premessa, ovvero che Geova/Yahweh fosse a tutti gli effetti un dio della fertilità: eppure questo mi sembra l’unico dato davvero incontestabile, benché difficile da accettare per il credente. Nella Bibbia non c'è traccia di evoluzione da un pantheon di dèi a un unico dio, anzi tecnicamente non si parla affatto di Dio, nel senso che il significato del termine ebraico tradotto con la parola Dio, Elohim, è ancora dibattuto (e fra l'altro, quella forma è plurale: al singolare è Eloah).
La concezione darwiniana in base alla quale con lo sviluppo di intelligenza e progresso l'uomo avrebbe sperimentato una sorta di “rivelazione” che lo avrebbe convertito al monoteismo non è un fatto assodato, ma una teoria. Lo stesso buon senso ci dice che non sempre ciò che viene dopo è migliore di ciò che lo ha preceduto. Siamo sempre stati portati a credere che la Bibbia mostri la contrapposizione fra un culto monoteistico e uno politeistico: quei racconti potrebbero invece, molto più semplicemente, riflettere la lotta religiosa dei conservatori contro una deriva o un possibile sviluppo esoterico della loro stessa religione, cosa che, del resto, in quell'area geografica sembra accadere ininterrottamente dalla notte dei tempi.

giovedì 11 maggio 2017

Da zero a infinito

Tutto iniziò [...] nella biblioteca del professor Kohen, il cuore pulsante della sua casa. La biblioteca era una stanza austera, poco luminosa, foderata da alte scaffalature in noce. [...] Edizioni rare, curiosità del mondo letterario, riviste esaurite in pochi numeri e ignote anche ai lettori più attenti. [...] Tra essi, il pezzo forte erano i libri della collana «Uroboros», la serie di pubblicazioni più interessanti che il professore possedesse nella loro completezza. Si trattava di una sessantina scarsa di titoli, mai più ristampati, usciti a Parigi per i tipi delle scomparse edizioni «Keter» a cavallo tra il 1946 e il 1965. [...] Le pagine di «Uroboros», rappresentavano un laboratorio di idee nel quale la saggistica e la narrativa più eccentrica trovavano un’adeguata cornice. Molto tempo e molto denaro erano occorsi per ricostruire pezzo dopo pezzo, questo arabesco della cultura del Novecento. Lui c’era riuscito e ne andava fiero. Fu una sorpresa tutt’altro che gradita quindi ricevere la notizia portata da Myriam insieme alla dannazione che implicitamente questa accompagnava. Esisteva un numero «0» che aveva preceduto verso la fine del 1945 la serie regolare conosciuta.
Da zero a infinito. Zero come il tempo che mi è bastato per capire che questo testo, recensito in ogni dove sul finire dello scorso anno, faceva al caso mio. Infinito come il tempo che ho impiegato, tra un impegno e l'altro, a intraprendere questa avventura in quindici tappe che Fabio Lastrucci ha pianificato per me e per tutti i suoi lettori.

venerdì 5 maggio 2017

Traditi dalla fretta #2

Lasciato rapidamente alle spalle il mese di aprile, con tutto ciò che esso ha portato e comportato, è giunto finalmente il momento di ripristinare il blog alla sua forma più consona, quella abituale che voi tutti conoscete e alla quale, consentitemi di ammetterlo, io sono più affezionato.
D'ora in avanti la frequenza di pubblicazione dei post tornerà a un livello più gestibile, sia per chi scrive sia (soprattutto) per chi legge, e troverò di conseguenza anche il tempo di dedicarmi ad attività diverse, non necessariamente legate al blog.
Non è un caso se poco fa ho scritto "finalmente": mettere in pratica un progetto del genere porta via una quantità impressionante di tempo e di risorse, specialmente quando si hanno da mettere in conto anche le insidie della vita che, neanche a farlo apposta, sembrano concentrarsi ogni anno nel mese di aprile. Il risultato di tutto ciò è che ancora una volta ho dovuto sacrificare quell'aspetto del blogging che ritengo essere tra i più importanti, vale a dire la comunicazione bidirezionale con i miei vicini di blog, la presenza nei social e tutte quelle cose che rendono questa avventura più divertente.
Quale miglior momento quindi per uscire con una nuova puntata di "Traditi dalla fretta"? A beneficio di coloro che non sanno ancora di cosa si tratta, posso semplificare il tutto dicendo che questa rubrica è una sorta di nodo al fazzoletto digitale, nella pratica la macchina del tempo che spero mi aiuti a recuperare il tempo perduto. L'idea di base l'ho ampiamente descritta nel "numero zero" introduttivo, mente la sua intelaiatura l'ho illustrata nel "numero uno". Non ci resta che procedere.

domenica 30 aprile 2017

Bangkok is not the end

Bangkok Haunted (Bangkok Kill City, 2001)
Ed eccoci arrivati al capolinea. Quello che state per leggere è l’ultimo articolo dello speciale di aprile, quello in cui si suppone che io tiri le somme di quanto scritto e pubblicato nel corso del mese e dia appuntamento, a chi lo vorrà, al prossimo anno. Voglio innanzitutto ringraziare tutti coloro che hanno speso del tempo per seguirmi in questo ultimo mese e in particolare chi ha voluto lasciare un segno del suo passaggio. Voglio anche scusarmi con i blogger a me più prossimi, dai quali ultimamente ho latitato anche più del solito: vi voglio bene come sempre, è che proprio non mi riesce di fare due cose insieme. Se qualcuno mi chiedesse com’è andata, così sui due piedi non saprei cosa rispondere: possono il numero di visualizzazioni e commenti, da soli, decretare il successo (o l’insuccesso) di un progetto come questo? Credo di no, anche perché il lavoro fatto non si esaurisce con il post di oggi, ma sarà usufruibile da tutti coloro che, nei mesi e negli anni a venire, arriveranno qui attraverso i motori di ricerca. Comunque stiano le cose, è ormai tempo di voltare pagina.
A prescindere da come “Bangkok Haunted” sia stato recepito, posso però dire di essere abbastanza soddisfatto. Credo di aver fatto quanto di meglio potevo nel tempo a mia disposizione, e anche se sono consapevole che con un po’ più di calma il risultato finale sarebbe stato sensibilmente migliore, non voglio essere troppo severo con me stesso.

venerdì 28 aprile 2017

Memorie fantasma

Spiriti d’autore. È così che avrei dovuto chiamare questo articolo, giacché gli spiriti presenti nei film del regista di culto Apichatpong Weerasethakul sono l’unico motivo che giustifica la comparsa dell’autore trentasettenne in uno speciale, come questo, dedicato al cinema horror tailandese. Weerasethakul non è un regista mainstream, ma non ha nemmeno nulla a che fare con l’horror. Tuttavia, per quanto i suoi siano film in gran parte realistici e anche sottilmente politici, arriva sempre il momento in cui vi fanno capolino fantasmi e presenze.
È qui che la dimensione spirituale (o onirica, se vogliamo metterla in altri termini) diventa il vero motivo dominante della narrazione. Abbiamo visto come i tailandesi siano abituati a fare i conti con gli spiriti e i fantasmi in ogni momento della propria esistenza, pertanto non deve stupire che essi compaiano anche in contesti inusuali ai nostri occhi. Fra i suoi lungometraggi più famosi vanno citati “Loong Boonmee raleuk chat” (Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, palma d’Oro a Cannes nel 2010), “Sang sattawat” (Syndromes and a Century, 2006, miglior film del decennio secondo la classifica The Best of the Decade: An Alternative View della Cinemathèque del Toronto International Film Festival nel 2010) e “Sud pralad” (Tropical Malady, premio della Giuria a Cannes nel 2004). Tralasciando quello di mezzo, che non ho ancora visto, è sugli altri due che mi concentrerò oggi.

mercoledì 26 aprile 2017

Mae Snake

Mae Bia Uncut (Snake lady, 2015)
La genesi di una leggenda è forse la sua parte più interessante, ma è anche quella che di norma è destinata a rimanere incerta, se non proprio oscura, come nella maggior parte dei casi che abbiamo esaminato nel corso di questo mese (Mae Nak, Phi Krasue, Phi Pop, eccetera). Con il passare del tempo è sempre però possibile seguirne a ritroso le tracce all’interno delle forme di culto più primitive, e quando un legame si trova, che non sia campato per aria né labile, le leggende stesse assurgono a tutti gli effetti a letteratura religiosa, e acquisiscono un valore antropologico molto maggiore di quello che avrebbero se fossero solo mere testimonianze di superstizioni popolari (a meno di non considerare il sentimento religioso stesso come una forma di superstizione). 
Nel caso di Mae Nak, abbiamo già visto che Mae corrisponde all’appellativo “madre”, ma è il nome proprio Nak che ci fornisce un indizio chiave per comprendere la possibile origine di questo spettro. Un’origine ben più antica e “nobile” della leggenda kmer che abbiamo menzionato in precedenza. Uno dei significati della parola tailandese nak, infatti, è serpente, e questo legame evidente con i Naga della mitologia vedica e induista, presenti più o meno in tutti i paesi in cui è diffuso l’Induismo, ci dice che molto probabilmente Mae Nak era in origine una divinità.

lunedì 24 aprile 2017

Takien: The Crying Tree

Nang Takhian (Takien: The Haunted Tree, 2010)
Le leggende legate alla vegetazione appartengono agli albori dell’umanità: non solo miti di un Albero Cosmico, ma anche di figure arboree dalle radici animistiche che, per un probabile collegamento con qualche antico culto della fertilità, sono raffigurate quasi sempre come giovani donne. A volte si tratta di divinità, altre volte di spiriti, fate, perfino fantasmi. 
Gli alberi furono centrali in tutti i culti precristiani, ove rappresentavano un simbolo di rinnovamento e rinascita: con la loro longevità e la loro capacità di rifiorire di stagione in stagione, agli occhi degli antichi sembravano immortali. Per la loro mole, le radici saldamente immerse nella terra e il distendersi dei rami verso il cielo, anche fino a notevole altezza, si pensava che fungessero da collegamento tanto con il mondo dei morti che con la divinità, e non era raro che per i riti iniziatici si scegliessero radure in mezzo a un bosco o a una foresta, come nel caso delle cerimonie dei Druidi, e che gli sciamani, spesso in preda a qualche delirio estatico, si arrampicassero sugli alberi: c’era infatti l’idea che sia gli dèi che i loro messaggeri passassero dalla dimensione celeste a quella terrena scalando gli alberi o discendendone. Di conseguenza, quasi ovunque esistono archetipi legati a un albero della “vita”, che è spesso legato al tema dell’immortalità, e a un albero della “conoscenza”.

sabato 22 aprile 2017

Art of the Devil

Long khong 2 (Art of the devil 3, 2008)
Come se la tradizione del Kuman tong non fosse già abbastanza angosciante, si crede anche che dalle sostanze che si sprigionano dal corpo del bambino durante la sua trasformazione in Kuman tong si ottenga un olio efficace per i legamenti d’amore (secondo altre fonti, quest'olio si può ottenere anche dal sangue della madre). Provate a digitare le parole “Nam Man Prai Oil” su internet e vi si spalancherà un mondo: a quanto pare sono moltissime le persone che credono ciecamente nella sua efficacia, e i prezzi possono lievitare fino a raggiungere cifre esorbitanti. Potere della suggestione?
Per attirare a sé la persona desiderata, l’olio va abbinato alla recitazione di mantra, ma occorre anche ingraziarsi lo spirito del defunto con delle offerte: in un certo senso, l’olio va “accudito” e blandito esattamente come si farebbe con un Kuman tong
Il Nam Man Prai Oil, se proprio non se ne può fare a meno, andrebbe sempre maneggiato in modo corretto e consapevole, e se si vorrà disfarsene bisognerà accertarsi di vuotarne il residuo in un corso d'acqua dopo aver pronunciato delle apposite formule di commiato. Sono molti i film che mostrano le tragiche conseguenze dell'uso incauto di questo “olio dei morti”: uno su tutti, il film antologico "Bangkok Haunted" (Bangkok Kill City, 2001) di Oxide Chun Pang e Pisut Praesangeam. In quello che per me è forse l’episodio meno riuscito del lotto, il secondo di tre, la giovane Pam apprende dalla sua vicina di casa dell’esistenza di un olio che rende irresistibili, e che scopriamo essere realizzato con il sangue di donne uccise proprio per realizzare la preziosa pozione. Pam, ignara di tutti i retroscena, se ne procura una boccetta, ma quando usa l’olio su Tim finisce per attirare su di lui l’ira dello spirito ivi contenuto...

giovedì 20 aprile 2017

Kuman Tong: Ghost Delivery

Kuman Tong (© Reuters)
Novembre 2010. In un tempio buddista di Bangkok vengono ritrovati i resti di oltre 2.000 feti umani conservati in sacchi di plastica. La polizia afferma di aver investigato a seguito di diverse lamentele relative a cattivi odori provenienti dalla camera funeraria del tempio e sospetta che i resti derivino da aborti praticati illegalmente (l’aborto in Tailandia è consentito solo se la gravidanza deriva da una violenza sessuale o se può mettere a rischio la vita della madre): un membro del personale del tempio avrebbe confessato di essere stato pagato da alcune cliniche per disfarsi dei resti. (Fonte: bbc.co.uk.) 
Sappiamo che le derive magico-esoteriche nel Buddismo, con il proliferare delle sette più diverse, non sono cosa rara, pertanto il sospetto più grande è che questi feti venissero conservati per essere trasformati in Kuman tong, gli spiriti-bambini della tradizione tailandese. Quanto avvenuto nel 2010 non sarebbe né il primo, né l’ultimo caso del genere. Parlare di Kuman tong significa immergersi completamente nell’oscuro mondo della magia nera. Un tempo, fra gli atti di magia nera più comuni nel sudest asiatico c’era la creazione di questi spiriti familiari, che venivano tramandati da una generazione all’altra perché servissero gli appartenenti alla stessa famiglia (un po’ come i famigli che, nella tradizione occidentale, sono i compagni delle streghe).

martedì 18 aprile 2017

Phi Pop: Body Jumper

Pop weed sayong (Body Jumper, 2001)
Un giorno qualunque. Una graziosa, giovane donna viene intervistata durante un talk show televisivo. I primi minuti trascorrono normalmente, fra le domande e i sorrisi di rito, finché l’intervistata non confessa di venire posseduta regolarmente da uno spirito di nome Pop. Poco dopo, lo spirito fa la sua comparsa e la donna comincia a tremare e a emettere suoni gutturali e inquietanti, fino a quando il suo ospite non le cinge il collo con una collana-amuleto. L’uomo chiede allo spirito come mai non la lascia andare, ma questo rifiuta di rispondere e dice che qualcuno lo ha mandato nel corpo della donna. Pop grida che le diano del sangue di maiale, o la divorerà. 
Sembra la scena di un film, non è vero? Invece questo fatto è successo realmente a un’attrice e modella di nome Thippawan “Pui” Chaphupuang. E non anni o decenni fa: la notizia è dell’11 luglio 2016. In breve tempo il video con l’intervista è diventato virale, ma ciò che ha sconvolto l’audience tailandese ha suscitato al più scetticità nel resto del mondo, ove la maggior parte delle persone si è limitata a ironizzare sulle capacità attoriali della “vittima”. Che cosa è successo davvero a questa donna? La sua era davvero solo voglia di pubblicità? Conoscendo la mentalità tailandese, non mi stupirebbe invece che non stesse affatto recitando ma, a torto o a ragione, credesse davvero di essere posseduta.

domenica 16 aprile 2017

Krasue: Demonic Beauty

Tamnan Krasue (Demonic Beauty, 2002)
Se avete avuto la pazienza di leggere il lungo excursus di pochi giorni fa attraverso i terrificanti Phi tailandesi, sarete magari curiosi di capire se (e come) il cinema del paese asiatico abbia dedicato loro dello spazio. È la stessa domanda che mi sono posto anch’io quando, ormai molto tempo addietro, mi sono avvicinato per la prima volta a questa cultura, così diversa dalle altre culture orientali a cui siamo abituati, spesso anche grazie al bombardamento mediatico degli ultimi decenni. Se da un lato infatti termini giapponesi come yūrei e yōkai sono entrati a bomba nelle nostre case sin dagli anni Sessanta con i grandi classici di registi come Kaneto Shindō (Onibaba, Kuroneko) e Tetsuro Yoshida (Yōkai Monsters), nulla era mai trapelato a proposito dei loro corrispettivi tailandesi, senza dubbio altrettanto degni di interesse. Il motivo di tutto questo silenzio è presumibilmente legato allo scarso livello di esportabilità del Phi tailandese, radicato molto più in profondità nelle tradizioni di un paese che a sua volta non ha mai cercato un contatto con il mondo esterno. 
Lo speciale “Bangkok Haunted seguirà quindi, da qui alla fine del suo percorso, questa logica, tentando di scavare là dove pochi hanno mai osato scavare. Se poi dai nostri scavi verrà fuori qualcosa di buono, è ancora troppo presto per dirlo. Nell’articolo di oggi ci concentreremo sulla creatura più strana e repellente fra quelle a cui ho accennato finora: Krasue. Questo fantasma femminile è formato praticamente da una testa e, sotto il collo, tutte le interiora penzolanti. Tuttavia il suo viso, a dispetto dell’espressione bramosa, è giovane e bello. Krasue esce di notte alla ricerca di cibo fluttuando in una luce verde. Da dove viene? Perché non trova pace? Come mai appare così anomalo, più strega che spettro, rispetto alle altre figure della tradizione tailandese?

venerdì 14 aprile 2017

Sugli spiriti tailandesi

Anche se ora come non mai mi sento inadeguato a fare da Cicerone, proverò a guidarvi per quanto possibile nel misterioso mondo del folclore tailandese. Sviscerare la materia è impresa non semplicissima neanche per gli studiosi, perché diversamente da altri paesi asiatici la Tailandia non ha una ‘letteratura di fantasmi’ a cui poter attingere; il suo esteso corpus di leggende viene da sempre tramandato in forma orale, e coloro che si sono cimentati con la tassonomia del folclore tailandese hanno basato il loro lavoro su interviste a un campione di individui che, benché rappresentativi dei vari ceti, gruppi e fasce d’età del paese, non sono appunto che una frazione della popolazione totale. Io, nel mio piccolo, ho dovuto fare i conti con molte difficoltà: talora mi imbattevo in spiriti con caratteristiche simili e nomi diversi, e solo dopo realizzavo che quei nomi descrivevano la stessa entità e non un'altra simile; oppure, trovavo gli stessi nomi traslitterati anche in quattro o cinque modi diversi, per via del sistema di utilizzato o semplicemente perché erano scritti ora col nuovo sistema di scrittura, ora con uno più vecchio, notevolmente diverso. Questo per dirvi, casomai ce ne fosse bisogno, che ciò che riporterò di seguito non affronta che alcuni aspetti della materia e che potrebbe alla fine risultare un mero elenco di alcune delle sue creature soprannaturali. In altre parole, questo è semplicemente ciò che ho avuto modo di mettere insieme nel tempo a mia disposizione e, soprattutto, che è mi possibile riportare nello spazio limitato di uno “speciale” che dovrà concludersi alla fine del mese. 

martedì 11 aprile 2017

Buppah Rahtree

Cosa rispondereste se vi chiedessero di nominare un franchise cinematografico tailandese di successo? Al di là del fatto che una domanda del genere sarebbe un’inutile crudeltà, vi garantisco che non è affatto facile rispondere, specialmente se la questione viene circoscritta al genere horror. Molto più facile sarebbe rispondere a una domanda simile sul cinema giapponese o su quello coreano, entrambi ampiamente più esportabili (ed esportati) di quello del paese a loro limitrofo. Neppure io, che da anni ormai seguo il cinema asiatico in tutte le sue sfaccettature, avrei potuto fornire una risposta convincente fino a nemmeno molto tempo fa.
Oggi però, senza pensarci un attimo, risponderei “Buppah Rathree!”. E lo farei forse sbagliando visto che, come ho accennato in chiusura del post precedente, “Buppah Rathree” non è affatto un horror, perlomeno non è quel genere di asian horror al quale ci siamo ormai tutti abituati grazie a Sadako e a tutti i suoi cloni.
In questo caso stiamo parlando di una serie di quattro commedie horror che pescano a piene mani da classici del cinema di ieri e di oggi, come L’Esorcista (1973) di William Friedkin o Audition (1999) di Takashi Miike, con l’occasione rivisti in chiave demenziale. Scritto così potrebbe sembrare che il sottoscritto stia oggi per parlare di una serie di boiate senza precedenti. Niente di più lontano dalla verità, perché Buppah Rathree dista anni luce dalle parodie horror occidentali alle quali siamo abituati. Siamo lontani anni luce anche da robaccia come Scary Movie (2000), come Riposseduta (1990) o come L’alba dei morti dementi (2004). Siamo lontani anni luce anche (mi sia perdonata l’eresia) da L’esorciccio (1975), un film che da bambino ho amato alla follia.

domenica 9 aprile 2017

Sulle orme di Mae Nak

Su un affluente del Chao Phraya, là dove la leggenda di Mae Nak è ambientata, sorge il distretto di Phra Kanong, uno dei cinquanta in cui è suddivisa Bangkok: un emblema della Tailandia intera, ove la tradizione si fonde volentieri con la modernità. È un quartiere tranquillo dove la vita si concentra principalmente attorno al lungofiume, dal quale il centro città è facilmente raggiungibile con lo sky train. Molti piccoli negozi, mercatini e bancarelle si affacciano sui moli in legno. A Phra Kanong non ci sono grattacieli, ma piccoli edifici immersi nel verde, con i templi buddisti, vero cuore culturale del distretto, a pochi passi dalla zona residenziale.
Qui si trova anche il Wat Mahabut, ovvero il tempio dedicato a Mae Nak: in quello che la tradizione indica come il luogo in cui sorgeva il tempio dove lo spirito venne esorcizzato, un sacrario ospita un piccolo altare con due statue ornate da foglie d’oro che raffigurano Nak e suo figlio. Le offerte dell’incessante folla di fedeli che visita il tempio sono ai suoi piedi, mentre di fronte c’è una tivù sempre accesa, e poco lontana una radio trasmette sovente canzoni d’amore. Mentre la si prega, si bada a che lei e suo figlio siano distratti dai doni ricevuti, dalle immagini della tivù o dalle canzoni in modo che i loro spiriti inquieti, ancora legati alla vita, non abbiano modo di riflettere su chi si trovano davanti, di provare invidia nel realizzare che i fedeli gli chiedono proprio di elargire ciò che a loro fu negato in vita.

venerdì 7 aprile 2017

Il fantasma di Mae Nak

Secondo la tradizione orale tailandese, una persona che muore di morte innaturale, specialmente se improvvisa, come nel caso di un omicidio o di un annegamento, si trasforma in un Phi Tai Hong (letteralmente “spirito di persona morta di morte violenta”). Tali spiriti sono particolarmente temuti in quanto pieni di risentimento e di desiderio di rivalsa nei confronti dei vivi. Lo spirito di una persona assassinata cercherà di ottenere giustizia, scatenando la propria vendetta non solo nei confronti dei propri assassini, ma anche nei confronti delle persone che casualmente possono venire a trovarsi nel loro raggio d’azione. È appunto per questo che i Phi Tai Hong sono tra i fantasmi più temuti: essi non riescono (o non possono, o non vogliono) a discriminare il bersaglio del loro risentimento e, pur di giungere al risultato voluto, non esitano a compiere una strage di innocenti. 
Una forma ancora più estrema di Phi Tai Hong è quella nota come Phi Tai Hong Tong Klom, che è il fantasma di una donna morta insieme al suo bambino nel grembo. La forza vendicativa di tale spirito si può considerare in pratica come la somma del rancore di due spiriti, quello della madre e quello del nascituro. Ecco forse individuato il motivo per il quale Mae Nak è una storia che, allo stesso tempo, ha affascinato e terrorizzato intere generazioni di tailandesi. Anche perché, e di questo ve ne potrà dare conferma chiunque se mai visiterete la Tailandia e avrete l’ardore di chiedere, Mae Nak non è una semplice figura del folclore locale: si ritiene infatti che quella di Mae Nak sia una storia dannatamente vera, avvenuta sul finire del 1860, durante il regno di Sua Maestà Re Mongkut (1851-1868), conosciuto anche come Rama IV del Siam, uno dei sovrani più amati dai tailandesi per via dei suoi grandi risultati nel sociale, per i progressi economici e scientifici avvenuti negli anni del suo dominio, e per il lungo periodo di relativa pace di cui aveva goduto il paese, anche per via dell’estrema tolleranza che Mongkut aveva dimostrato nei confronti delle numerose confessioni religiose che chiedevano attenzione.

mercoledì 5 aprile 2017

Nang Nak

Sono stato a lungo combattuto sull’opportunità di iniziare questo speciale proprio da questo punto anziché, come sarebbe tecnicamente più ovvio, da una introduzione generale sul mondo degli spiriti tailandesi. In realtà, ho riflettuto, sarebbe inopportuno o quantomeno sciocco girare eccessivamente attorno a un argomento che è fondamentale nell’economia di questo speciale.
Cominciamo quindi questa avventura dalla vicenda di Mae Nak, senza ombra di dubbio una delle più note della tradizione tailandese. Credo di non sbagliarmi sostenendo l’ipotesi che non esista un solo tailandese adulto che non la conosca a memoria e che non ne sia allo stesso tempo affascinato e terrorizzato. Il nostro obiettivo oggi è quello di cercare di comprendere i motivi per i quali la leggenda legata a un fantasma femminile possa essersi elevata, nel corso di decenni, alla più rappresentativa espressione della cultura popolare di un intero paese. Sono certo di poter anticipare sin da ora che sono almeno due gli aspetti che, convergendo nella figura di una donna-fantasma allo stesso tempo temuta e ammirata, hanno realizzato questo fenomeno: da una parte il substrato di credenze religiose, incredibilmente espressive, radicate nella tradizione locale, dall’altro il significato dualistico della figura femminile stessa, portatrice di vita attraverso il proprio grembo e simbolo di morte attraverso la violazione di un tabù divino e attraverso l’inquinamento del sangue.

lunedì 3 aprile 2017

Bangkok Dangerous

È praticamente impossibile affrontare un discorso coerente sul cinema thai senza fare alcun riferimento agli avvenimenti storici che hanno drasticamente segnato, tra le tante cose, il punto di rottura tra la old e la new vawe del cinema tailandese. Sto parlando della grave crisi economica il cui momento più delicato, per le economie del Pacifico, arrivò mercoledì 2 luglio 1997, giorno in cui le autorità di Bangkok decisero di slegare il "baht" tailandese dal dollaro americano. 
Una decisione inevitabile, dopo i ripetuti attacchi speculativi che avevano costretto la Banca centrale a sacrificare, nella difesa della moneta, più di quattro miliardi di dollari in un mese. Le ragioni della crisi finanziaria più grave nella storia del continente asiatico sono da ricercare nella crescita tumultuosa e disordinata vissuta dalla Tailandia nel decennio precedente, nel corso del quale i flussi di capitale dall'estero avevano favorito un aumento incontrollato degli investimenti, finanziati esclusivamente con l'indebitamento, e un boom indiscriminato del comparto immobiliare. È una storia che vi ricorda qualcosa? 
Quando poi, infatti, i nodi vennero al pettine, la moneta tailandese finì sotto pressione, con i risultati che sappiamo. I tentativi di difendere la moneta, prima attraverso il ricorso alle riserve di valuta, poi mediante svalutazioni sempre più incontrollate e il rialzo dei tassi di interesse, non ebbero seguito alcuno se non quello di spingere nuovi speculatori ad approfittare dell'ulteriore debolezza della divisa e a provocare il fallimento di moltissime aziende. Le conseguenze, nello scenario orientale, furono più o meno le stesse che anche noi siamo abituati a conoscere bene: levitazione dei tassi di interesse, taglio della spesa pubblica e aumento della pressione fiscale. Risultato? Calo dei consumi, disoccupazione… le solite cose. 

sabato 1 aprile 2017

Un tuffo nelle ombre tailandesi

Negli ultimi tre anni, l’appuntamento con lo speciale di aprile è divenuto per me irrinunciabile. Nelle mie intenzioni, lo speciale doveva riunire due di quelle che sono le mie più grandi passioni, ovvero il cinema e l’horror. E così, nel 2014 questo blog si è occupato della saga di Phantasm del regista Don Coscarelli, famosa soprattutto fra uno zoccolo duro di appassionati e appena conclusa; nel 2015 dei film coreani della serie Whispering Corridors, uniti dal filo conduttore del corridoio, indubbiamente uno dei più disturbanti topos del cinema di paura; nel 2016, infine, della famosissima saga giapponese di Ring, con il suo pozzo-icona e l'agghiacciante figura di Sadako che, avvolta nei suoi fluttuanti capelli neri, ci minaccia dallo schermo del televisore.
Proprio quest’ultimo speciale ha però rappresentato una svolta, perché non sono riuscito a pubblicare tutti gli articoli entro la fine del mese di aprile, finendo per monopolizzare il blog con le vicende di Sadako per un altro mese intero, quello di settembre. Non solo: per la prima volta ho avuto l’impressione che l’aspetto cinematografico divenisse sempre meno rilevante man mano che procedevo.
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